Carcere e cattiva informazione vanno spesso a braccetto. Un discorso che vale soprattutto per l’Italia, dove la passione per la “nera” dei media ha finito per alimentare un corto circuito tra opinione pubblica e mezzi di informazione, ben sintetizzata dalle parole del sociologo Enrico Pugliese: “I media veicolano stereotipi e luoghi comuni che hanno presa tra il pubblico proprio perché ne confermano la visione del mondo”.

Con l’obiettivo di rimettere in discussione cliché e pregiudizi, ma anche per richiamare l’attenzione sulla responsabilità degli operatori dell’informazione nella costruzione del senso comune, la redazione di carteBollate e lo sportello giuridico del carcere di Bollate hanno organizzato un ciclo di incontri dal titolo “Media e Carcere”, indirizzato a trenta giornalisti dell’ordine della Lombardia. Quattro giorni di incontri presso il Tribunale di Milano in cui giuristi, avvocati, magistrati, giornalisti, criminologi, ciascuno dal proprio punto di vista, hanno fatto luce sullo stato attuale delle carceri in Italia. E’ stata un’occasione per fare un ripasso sulle principali norme dell’ordinamento penale (dall’analisi dei principi costituzionali a cui si ispira il diritto penale all’esame delle misure alternative, passando per la figura del magistrato di sorveglianza) . Ma è stato soprattutto un momento di riflessione sugli aspetti più controversi e sulle emergenze del sistema detentivo nel nostro paese. Ne è scaturito un intenso e appassionato dibattito, che ha permesso ai partecipanti di tornare a casa con numerose risposte e con altrettante questioni irrisolte. A partire dalla necessità di ristabilire un corretto rapporto tra detenzione, organi dell’informazione, senso comune. Un fatto appare certo: la tendenza, diffusa nei media, a far ricorso a stereotipi e etichette per bollare detenuto e pena continuano ad alimentare nell’opinione pubblica una visione talvolta distorta dell’ordinamento penale e del sistema penitenziario. Di qui, l’opportunità – ampiamente condivisa dai partecipanti al seminario –  di arrivare alla definizione di un codice deontologico, sul modello della carta di Trieste o quella di Treviso (che si occupano rispettivamente di disagio mentale e minori), anche per l’informazione sul carcere.

Una grande attenzione è stata poi riservata alla funzione rieducativa della pena e all’importanza che, in questo processo, assumono le misure alternative. Su questo fronte, la fotografia che emerge è a luci e ombre. Se da una parte il sovraffollamento, le scarse risorse finanziare e la mancanza di personale alimentano forti interrogativi su come il sistema carcerario italiano possa di fatto ottemperare alla funzione risocializzazione prevista dalla carte costituzionale. Dall’altra, l’esempio virtuoso del carcere di Bollate, che ha aperto le sue porte ai corsisti per un incontro con il suo direttore, Lucia Castellano, e alcuni detenuti, ci mette di fronte ad un dato incontrovertibile: un altro modello di carcere, non solo è auspicabile, ma è anche possibile. In un sistema, come quello italiano, che dal punto di vista normativo garantisce lo sviluppo di istituti penitenziari che mettano al centro l’uomo e la sua dignità, sembra evidente che a fare la differenza siano il senso di responsabilità e il coraggio di tutti i professionisti, che a vario titolo vi operano.  Ma anche, e non meno importanti, il senso di responsabilità e il coraggio dei detenuti.

da Tabloid (Marzo-Aprile) – Periodico Ufficiale del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia

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