Maurizio Landini, segretario Fiom-Cgil

Nel web c’è chi lo immagina già nei panni di nuovo leader della sinistra italiana, magari in un coppia con Nichi Vendola. Di sicuro Maurizio Landini, segretario della Fiom, ha la stoffa per diventare un leader. Nelle ultime settimane, lo ha abbiamo visto nei salotti televisivi delle principali reti tv impegnato difendere a spada tratta i diritti degli operai Fiat di Mirafiori contro il piano Marchionne. E lo ha fatto con una determinazione e una chiarezza che non è comune di questi tempi. Qual è la storia di questo sindacalista che riesce a farsi capire da tutti perché non parla il gergo del sindacato? Nato a Castelnovo Ne’ Monti (Reggio Emilia) il 7 agosto 1961, Landini nasce in una famiglia operaia. Il padre Guerrino è stato partigiano, comunista, faceva il cantoniere. La madre casalinga. Maurizio è il quarto di cinque figli. Frequenta i primi due anni per diventare geometra, poi abbandona. «Semplicemente non bastavano i soldi a casa. Per questo ho cominciato a lavorare», racconta. Apprendista saldatore in un’azienda metalmeccanica, la Ceti, entra nel sindacato prima come funzionario poi come segretario generale della Fiom di Reggio Emilia. Nel giugno del 2010 raggiunge l’apice della carriera diventando segretario generale dei metalmeccanici, categoria che nell’immaginario della sinistra rappresenta la vera avanguardia degli operai. Faccia da bravo ragazzo, occhiali rassicuranti. Mai la cravatta. Sotto la camicia l’immancabile T-shirt bianca. Landini, non parla il sindacalese, ma un linguaggio essenziale, con pochi fronzoli, diretto. L’accento è fortemente emiliano, il timbro di voce da tenore mancato. Gli esperti del ramo cominciano anche a dire che «buchi» lo schermo. Sposato con un’impiegata di una struttura sanitaria della zona di Castelnovo né Monti, dove ha sempre risieduto, Landini guadagna 2300 euro netti al mese. Più o meno un centesimo di quanto prende Sergio Marchionne.
Due pianeti diversi ma costretti a interagire e ad affrontarsi. Con un’arma in comune: saper andare dritti al cuore delle questioni senza nascondersi dietro giri di parole. Quando gli chiedono se è comunista, lui risponde «Non lo so. Credo nella giustizia e nell’uguaglianza sociale. Questa è un’epoca in cui vedo ingiustizie senza precedenti. Mio padre lavorava e questo era già una garanzia di non essere poveri. Oggi è povero anche chi lavora. Diciamo che ci vorrebbe una società diversa». Dice di non avere più tessere di partito. L’ultima è stata quella dei Ds, poi ha detto no al Partito democratico. Ora guarda con interesse alla sinistra che progetta Nichi Vendola. Chissà che le profezie del web non si avverino.

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