Aung San Suu Kyi

Se ne parlava da giorni. Oggi è arrivata la conferma. Dopo aver passato 15 degli ultimi 21 anni in detenzione, Aung San Suu Kyi, 65 anni, premio Nobel per la Pace è stata liberata. Intorno all’alba di oggi alcuni ufficiali del governo sono arrivati nella casa dove ha passato gli ultimi 18 mesi della sua detenzione per notificarle la comunicazione del rilascio. E lei è uscita fuori, piccola, esile, ha messo un fiore tra i capelli e restando dietro il cancello, ha salutato la folla in festa. Più di mille erano in attesa da ieri, perché l’ora del rilascio non era sicura. Hanno aspettato di vedere Aung San Suu Kyi apparire ai cancelli. Di vederla fuori dalle mura di una casa che per tutti era solo un’altra prigione.

Figlia del ‘Padre della patria’ generale Aung San, ucciso quando lei aveva solo due anni, Aung San Suu Kyi l’aveva sempre detto al marito Michael Aris, conosciuto durante gli studi in Inghilterra: se la Birmania avesse avuto bisogno di lei, avrebbe fatto tutto il possibile per il suo Paese. La sua odissea ha mostrato come quell’intenzione fosse seria. Lasciata la Birmania a 15 anni, al seguito alla madre diventata ambasciatore in India, Suu Kyi avrebbe potuto passare comodamente il resto della vita all’estero. Vissuta principalmente in Gran Bretagna, dal 1972 con il marito e i due figli, nel 1988 la donna tornò in patria per assistere la madre malata. Da lì a poco, il Paese – governato dai militari dal 1962 – fu scosso da imponenti manifestazioni a favore della democrazia, poi represse nel sangue. E’ allora che Suu Kyi inizia a tenere comizi davanti a centinaia di migliaia di dimostranti, dimostrando che era nata una leader dell’opposizione.

Una volta morta la madre, Suu Kyi decise di non lascia la Birmania. Viaggia invece in tutto il Paese, predicando un cambiamento democratico. Il regime, frastornato dalla velocità degli eventi, concede le elezioni, ma prima, nel 1989, la costringe agli arresti domiciliari. Nel 1990 la nuova Lega nazionale della democrazia (Nld), guidata da una Suu Kyi prigioniera in casa, trionfa. Ma il voto non fu mai riconosciuto dai generali, che tennero la donna – a cui nel 1991 fu assegnato il premio Nobel per la Pace – agli arresti fino al 1995.

Periodi di libertà – pur con mille restrizioni – e di nuova detenzione si sono susseguiti fino ad oggi, con enormi sacrifici per Suu Kyi. Nel 1999, i generali le offrirono di poter visitare il marito malato, a condizione però che non rientrasse più in Birmania: lei rifiutò, senza poterlo salutare per l’ultima volta. Senza accesso a Internet e con severe restrizioni alla posta, la donna non vede inoltre i figli da dieci anni. Sacrifici che hanno reso ancora più un’icona della dissidenza questa donna minuta ma risoluta, che viene descritta come “desiderosa di rimanere coinvolta” nel futuro del suo Paese, una volta liberata.

Unico rammarico in un giorno di gioia per la Birmania è che la liberazione di Aung San Suu Kyi, così come quella di numerosi altri detenuti politici, non sia avvenuta prima delle elezioni farsa del 7 novembre, le prime dal 1990. Elezioni che hanno confermato come il nuovo Parlamento birmano sará dominato dai fedelissimi dell’attuale giunta militare, dopo che il partito Usdp ha conquistato “circa l’80 per cento dei voti”  e la galassia dell’opposizione ha raccolto solo le briciole, strappando almeno una minima rappresentanza in un voto viziato da ampi brogli.

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