da Uomini&Business (giugno 2010)

Liu Chuanzhi sta alla Lenovo come Steve Jobs sta alla Apple. La similitudine, riproposta dalla stampa americana ad un anno dal ritorno ai vertici del gruppo informatico cinese del suo fondatore appare, con le dovute differenze, quanto mai azzeccata. Come Steve Jobs, Liu ha creato da zero un’azienda che in poco più di un ventennio è diventata un colosso dell’informatica. Alla stregua del numero uno della società californiana, dopo un periodo di assenza dai vertici della Lenovo, Liu è tornato a guidare la sua creatura con l’obiettivo di ridarle smalto dopo un periodo di stagnazione. Inevitabile a questo punto chiedersi se Liu riuscirà nell’impresa di rilancio ad ottenere lo stesso successo ottenuto dal patron della Apple. Di sicuro, al sessantaseienne manager cinese non manca né il fiuto per gli affari, tanto meno l’ambizione per rimettere in moto la grande macchina Lenovo. Nessun meglio di lui ha le carte in regola per farlo. E i segnali che arrivano negli ultimi mesi dalla società sono tutti a suo favore.

Dopo aver toccato il fondo a fine 2008, la più grande società informatica cinese, numero quattro nella classifica dei produttori mondiali, sembra aver imboccato la strada giusta. Nel primo trimestre di quest’anno, il gruppo ha visto aumentare le consegne di pc al ritmo del 58 per cento annuo. Ma il bello, a quanto pare, deve ancora venire. Il 2010 è riconosciuto dagli analisti come l’anno della ripresa dell’Information Tehcnology dopo un anno di crisi. Complice la profonda ristrutturazione messa in atto da Liu, almeno sulla carta la Lenovo dovrebbe tornare ai vecchi splendori.  Ma chi è questo manager che la rivista americana che Business Week inserisce nella rosa dei businessman più potenti della Cina? E che Forbes ha definito «l’uomo della svolta di Lenovo»?

Sopravvissuto alle purghe dei fanatici maoisti della Rivoluzione Culturale, fresco di laurea in ingegneria, Liu Chuanzhi inizia a collaborare a Pechino con l’Accademia delle Scienze, una delle istituzioni che raccoglie i cervelli più fini dell’intellighenzia cinese. I dirigenti del partito sapevano bene che era figlio di un comunista della prima ora, ma che era pure un sostenitore convinto delle riforme. Così, nel 1984, gli affidarono il compito di fondare una società di computer. Capitale iniziale, versato dalla stessa Accademia, 23 mila dollari.

Quella piccola società, creata in un bilocale di Pechino, fu battezzata con il nome di «Legend». In pratica, distribuiva e commercializzava i primi elaboratori della Ibm e le stampanti della Hewlett. Un miracolo per la Cina di allora che non sapeva proprio nulla di elettronica. Ma più grande fu il passo successivo. Liu Chuanzhi cominciò a pensare che, oltre a distribuirli, la Cina i computer avrebbe potuto produrli in casa. E che quella sarebbe stata la seconda sfida.

In poco meno di un ventennio, Legend, ribattezzata Lenovo nel 2004, non solo si era affermata come la prima azienda informatica del Paese, ma era diventata talmente grande (nel 1994 era pure sbarcata alla Borsa di Hong Kong) da far sembrare il mercato cinese troppo stretto per le sue ambizioni.

È sempre durante il regno di Liu Chuanzhi, per la precisione nel 2005, che la società sferra un attacco che mai nessuno avrebbe immaginato: per 1,75 miliardi di dollari rileva la divisione pc dell’azienda simbolo dell’informatica statunitense, la Ibm.

Quella che assunse le caratteristiche di un’intesa di portata storica, per Mr Liu fu un’azione tanto necessaria quanto inevitabile. Era già un paio d’anni che il numero uno di Lenovo e il suo management erano arrivati alla conclusione che, per quanto esteso fosse il mercato cinese, il futuro del gruppo sarebbe stato compromesso dalla sua vocazione locale. In effetti, prima dello shopping americano, il marchio Lenovo era poco più che uno sconosciuto all’estero. Grazie all’acquisizione di Ibm, la società di Pechino si assicurava in un colpo solo visibilità internazionale e una capillare presenza fuori dai confini.

A distanza di cinque anni, non c’è alcun dubbio che nel matrimonio Lenovo-Ibm, quello del take over fu la parte più semplice dell’unione. Più difficile, invece, si è mostrata negli anni successivi l’integrazione tra i due gruppi dirigenti. Subito dopo aver portato a termine l’operazione, Liu fece un passo indietro nel gruppo, lasciando il posto di comando alla controparte americana. Che, sulla carta, aveva più esperienza per guidare la nuova multinazionale.

In realtà, il passaggio del testimone si è rivelato più traumatico delle attese. Negli anni successivi al cambio di guardia il neonato gruppo si trovò invischiato in furiose battaglie intestine, determinate dallo scontro di due culture manageriali, quella americana da una parte, quella cinese dall’altra, con il risultato finale di spingere l’azienda in una fase di stagnazione. Non solo. Ad oscurare la popolarità di Lenovo hanno poi contribuito una serie di scelte infelici. Prima fra tutte, quella di concentrare l’attenzione sulla clientela corporate, seguendo quello che era stato fino ad allora il dna di Ibm.

In questo modo, la Lenovo ha di fatto perso terreno su quello che negli ultimi anni si è rivelato il segmento più vivace del mercato dei computer, quello consumer. Dopo il matrimonio con Ibm, il gruppo spiccava al terzo posto nella classifica dei produttori mondiali. Gli ultimi dati della Idc la piazzano al quarto posto con una quota di mercato mondiale dell’8,8 per cento.

Ma per il colosso cinese il momento più buio è arrivato a fine 2008. Nel fase più pesante della crisi finanziaria, la società riportava un rosso di 97 milioni di dollari nel trimestre chiuso a dicembre 2008. Fu proprio allora che il patron della Lenovo cominciò a ripensare ad un ritorno ai vertici. «Lenovo è tutta la mia vita. E quando ho sentito che la mia vita era in pericolo non ho avuto dubbi sulla necessità di entrare in azione per difenderla».

Dopo quattro anni di assenza dai vertici, nel 2009, Liu, approfittando della fine del mandato dell’ex amministratore delegato, è dunque tornato al posto di comando.

La ristrutturazione intrapresa è stata a trecentosessanta gradi. Ma la vera svolta attraverso cui passa “la seconda vita” del gruppo cinese si chiama convergenza tra cellulari e pc. Smartphone, tablet, netbook sono diventate le parole d’ordine intorno alle quali si sta focalizzando l’attenzione per scalare la classifica dei produttori mondiali, che oggi vede la Lenovo alle spalle di Hp, Acer e Dell. In questa direzione, lo scorso novembre la società ha riacquistato un produttore di cellulari cinese che aveva venduto due anni prima. E quella delle acquisizioni di gruppi strategici per il business della società sembra la strada che sarà percorsa anche in futuro.

Le novità sul fronte dei prodotti non mancano. Buttandosi a capofitto nel segmento dei notebook, Lenovo ha lanciato quest’anno ThinkPadEdge, una linea di potenti laptop ad un prezzo abbordabile. Ma i piani sono sempre più ambiziosi. Lo scorso mese sul mercato americano è approdato Skylight smartbook, un dispositivo che è a metà strada tra lo smartphone e il notebook. Nella lista delle nuove killer application c’è poi l’IdeaPad UI hybrid, un mix tra un notebook e un tablet touchscreen. Non finisce qui. Nel tentativo di contrastare il rapido avanzamento dell’iPhone di Apple, Lenovo ha appena lanciato sul mercato cinese LePhone, uno smartphone pensato per i mercati emergenti. E che, a poche settimane dal lancio, si preannuncia già come un grande successo.

Annunci