da Uomini&Business (maggio 2010)

Robert Rubin, ex segretario del Tesoro americano durante la presidenza Clinton, aveva visto lungo quando, a dicembre del 2007,  nel pieno della crisi dei mutui subprime, indicò Vikram Pandit come l’unico uomo in grado di traghettare Citigroup fuori dalla tempesta. «È il migliore atleta della piazza» disse al board della banca, presentando il top banker come il candidato più adatto a sostituire l’ex amministratore delegato Charles Prince, silurato un mese prima a causa delle enormi perdite accumulate la maggiore società di servizi finanziari d’America.

Per il consiglio di amministrazione di Citigroup, quello di Vikram Pandit non era certo un volto nuovo. Da poco più di un anno questo cinquantenne indiano era approdato nella banca newyorkese, diventando numero uno della divisione trading e investment banking. Un compito che aveva svolto egregiamente, ma che nulla aveva a che fare con quello che gli si chiedeva ora: portare in salvo un colosso bancario che sotto i colpi dei subprime aveva accumulato nei precedenti quattro trimestri perdite nette per 20 miliardi di dollari.

Due anni e mezzo dopo, la storia ha dato ragione all’intuizione di “Bob” Rubin. Nonostante la strada sia stata impervia e piena di ostacoli, l’atleta Pandit ha degnamente svolto il compito affidatogli. Lo testimoniano i conti di questo inizio 2010, che hanno mostrato la performance più brillante da tre anni a questa parte. Nelle stime del mercato, Citigroup avrebbe dovuto strappare un bilancio in pareggio. In realtà, l’utile netto si è attestato a 4,4 miliardi di dollari, un dato tre volte superiore ad un anno prima e in forte ripresa rispetto alle perdite per 7,58 miliardi sofferte negli ultimi tre mesi del 2009. Pronostici battuti anche per quanto riguarda il giro d’affari, che ha superato quota 25 miliardi di dollari.

Con tutte le scaramanzie del caso, la cura da cavallo di Pandit sembra aver funzionato. Il condizionale è d’obbligo visto che la ristrutturazione è ancora in corso. Ma massicci tagli agli assett improduttivi, che all’inizio del suo mandato erano stati identificati in complessivi 500 miliardi, sembra stiano andando nella direzione desiderata.

C’è da dire che, pur con tutti i sacrifici possibili, senza il sostegno del Governo (45 miliardi di dollari, trasformati in una partecipazione azionaria inizialmente pari al 36 per cento), Citigroup non sarebbe riuscita a tirarsi fuori dai pasticci con le sue gambe. E di questo Mister Pandit non ne fa certo un mistero: «Non saremmo qui se non fosse per i contribuenti americani», ha ricordato, snocciolando i numeri della trimestrale della svolta.

Citigroup ha già restituito al governo 20 miliardi di dollari di aiuti ricevuti durante la crisi, ma al Tesoro resta ancora in mano una partecipazione del 27 per cento, che nelle intenzioni dovrebbe essere ceduta entro fine anno.

Ma chi è questo manager che ha risollevato le sorti di uno dei pilastri della finanza americana? E che, per non lasciare dubbi sul fatto che Citigroup ha definitivamente archiviato l’era dei superbonus, si è tagliato lo stipendio a 1 dollaro senza bonus fino a quando il bilancio tornerà saldamente in attivo? Oltre a essere un abile tecnocrate, Pandit è una figura carismatica e un navigato businessman. «Ha una mente analitica. I problemi non l’hanno mai spaventato. È in grado di evidenziare immediatamente i pro e i contro di una situazione. E trovarne la soluzione migliore», racconta di lui il padre.

Nato in India nel 1957, Pandit si trasferisce negli Stati Uniti a soli sedici anni dove, dopo una laurea in ingegneria, consegue il Phd in Finanza alla Columbia University. Il suo battesimo ufficiale nella finanza arriva nel 1983, quando approda alla Morgan Stanley: qui tra i numerosi compiti che gli verranno affidati, svolgerà un ruolo chiave nella realizzazione del sistema di trading elettronico ed è in rima fila nella creazione della prima divisione brokerage. L’avventura alla Morgan Stanley dura oltre 20 anni, fino al licenziamento arrivato nel 2005. Il successivo approdo a Citigroup, nel 2006, è la conseguenza della vendita allo stesso istituto dell’hedge fund da lui nel frattempo fondato, Old Lane Partner.

In questi ultimi mesi, puntando il dito contro le vendite allo scoperto, indicati dal super banchiere fra i principali responsabili del quasi collasso di Citigroup, Pandit si è schierato a favore della proposta di Barack Obama di limitare la dimensione delle banche e le loro prese di rischio. Ovvero la cosidetta Volcker Rule. «Basta al too big to fail» ha dichiarato più volte Pandit, sottolineando anche come le banche non dovrebbero speculare con il capitale. La proposta Obama va proprio in questa direzione, in quanto punta a bandire il proprietary trading e la possibilità degli istituti con depositi di investire in hedge fund. Pandit concorda con Obama anche sulla necessità di creare un’autorità per la tutela dei consumatori, di cui – ha recentemente osservato – c’è bisogno.

Per rassicurare gli investitori ama ripetere che «Citigroup è una società diversa da quella che era due anni fa. Ha delle fondamenta molto solide ed è una delle banche con maggiore capitalizzazione al mondo» al punto «da non avere bisogno di ulteriori fondi governativi». Si spera solo che a rovinare la festa non ci si metta la nuova inchiesta sui mutui e derivati avviata dalla Sec. Un’inchiesta che, nel momento in cui scriviamo, ha portato alla denuncia di uno dei big delle banche americane, la Goldman Sachs.

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