da Uomini&Business (marzo 2010 )

L’ultimo miracolo l’ha compiuto lo scorso 27 gennaio presso lo Yerba Buena Center, il maggior teatro d’avanguardia di San Francisco, quando di fronte ad una folla di giornalisti e vip, Steve Jobs ha alzato il velo sull’ultima delle sue creature, un dispositivo a metà strada tra un computer ed un eReader, che porta il nome di iPad.

Negli ambienti hi-tech non si parlava di altro da mesi. Tra anticipazioni e successive smentite, l’attesa per la nuova meraviglia targata Apple era arrivata a livelli tali che, alla vigilia della presentazione del nuovo tablet, il quotidiano economico Wall Street Journal ironizzava: «L’ultima volta che c’era stato un tale interesse per una “tavola”, aveva alcuni comandamenti scritti sopra».

Una metafora, certo. Ma che sintetizza bene il clima che si respira ogni qualvolta il papà del Macintosh annuncia l’arrivo sul mercato di un nuovo “gizmo”, come vengono definiti nella Silicon Valley gli oggettini di alta tecnologia. Negli ultimi quattordici anni, ovvero da quando nel 1996 è tornato a guidare la società da lui fondata negli anni Ottanta, non solo non ha sbagliato un colpo. Ma tutte le volte che ha lanciato sul mercato un nuovo marchingegno, lo ha fatto rivoluzionando il settore in cui è andato ad insediarsi.

È successo nella musica digitale con l’arrivo nel 2001 dell’iPod, il lettore mp3 più venduto al mondo. La storia si è ripetuta nella telefonia mobile, con il lancio nel 2007 dell’iPhone, un dispositivo a metà strada tra il computer e il cellulare. Non c’è quindi da stupirsi se molti lo venerano come un Dio.

Per la gioia degli editori che guardano agli ebook come la nuova gallina dalle uova d’oro, Steve Jobs ora ci vuole provare con l’iPad. Ci riuscirà? Troppo presto per dirlo. Di sicuro «l’imprenditore del decennio» come è stato incoronato dalla rivista americana Fortune, anche questa volta ha mosso bene le sue pedine. E si prepara a cavalcare l’onda del boom di vendite degli eReader.

D’altronde alla Apple nulla è lasciato al caso. Sin dai primi passi, da quando cioè era considerata poco più che una piccola setta nata in contrapposizione alla grande religione di Ibm e della Microsoft di Bill Gates, la storia della società della Mela morsicata ricalca fedelmente la personalità del suo evangelista, Steve Jobs. Perfezionista, fanatico del controllo, Jobs non solo ha portato le sue manie in azienda, ma le ha trasformate in punti di forza.

Le più recenti biografie lo descrivono come un uomo dalle geniali intuizioni, ma anche con una personalità a dir poco difficile: grandissimo egocentrico nonché autentico sociopatico. «Jobs è uno spirito fortemente elitario ma i suoi prodotti sono “a prova di stupido”. Si professa buddista e antimaterialista ma sforna prodotti di massa dalle fabbriche asiatiche e le promuove grazie a un’impareggiabile padronanza del mezzo di comunicazione più “grossolano”, la pubblicità. Di questa lunga serie di contraddizioni Jobs ha fatto una vera e propria filosofia di business» scrive Leander Kahney, in Nella testa di Steve Jobs, l’ultima biografia dedicata al fondatore di Apple.

Pessimo nel gestire i rapporti umani, non c’è ombra di dubbio che il cinquantacinquenne californiano è sempre riuscito a circondarsi dei migliori collaboratori. Un qualità che, rileggendo soprattutto le origini della sua avventura, è apparsa di vitale importanza per il suo successo. Un esempio per tutti, Steve Jobs è ritenuto il profeta dell’era dei computer. Ma all’inizio della sua avventura non aveva minimamente idea di cosa fosse un hard-disk.

Nato nel 1955 a San Francisco da una coppia di studenti non sposati, Steve viene dato pochi giorni dopo la nascita in adozione ad una coppia di operai. I suoi primi anni di vita li trascorre a Mountain View, oggi cuore della Silicon Valley californiana, ma negli anni Sessanta poco più che un centro agricolo. Totalmente conquistato dalla cultura hippy, trascorre la sua giovinezza incarnando alla perfezione gli ideali professati dalla Beat-generation: perennemente senza un dollaro in tasca, senza fissa dimora, Steve è spesso ospite a casa di amici. Per lui, in quel periodo, non c’è spazio né per il lavoro (se non per qualche lavoretto saltuario) tanto meno per lo studio. Al pari del suo eterno concorrente, Bill Gates, anche Jobs non termina gli studi universitari.

Spesso in viaggio in India in cerca dell’illuminazione, la vera rivelazione gli arriva in California al ritorno da uno dei suoi viaggi in Asia, quando comincia a frequentare il suo amico Steve Wozniak, un ingegnere con la passione per l’elettronica. Che, precorrendo i tempi, aveva assemblato nel garage di casa sua il primo computer.

È di Steve l’idea di vendere i computer realizzati dall’amico. Ed è così che i due ragazzi, poco più che ventenni, decidono di fondare nel 1976 la Apple. Un anno dopo, il 16 aprile del 1977 durante il primo West Coast Computer Faire, fu presentato Apple II, il primo computer prodotto con il marchio della Mela morsicata, che segna la nascita dell’era del personal computer. Quattro anni dopo la sua fondazione, la società era già stata quotata in Borsa con l’offerta pubblica più alta della storia di Wall Street, dopo quella di Ford avvenuta nel 1956.

Per Steve Jobs i primi anni in azienda sono particolarmente improduttivi e particolarmente burrascosi. I forti dissensi con il consiglio di amministrazione lo costringeranno ad allontanarsi dall’azienda nel 1985. La sua espulsione rappresenta forse l’evento che più segnerà la sua carriera professionale. Preso da un moto d’orgoglio, e con l’intenzione di vendicarsi per l’umiliazione subita, fonda Next, società di hardware che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto dare filo da torcere alla Apple. Nella realtà Next non solo non riuscì mai ad imporsi sul mercato, ma dopo qualche anno chiuse definitivamente i battenti, dichiarando il fallimento. Sono quelli gli anni in cui Jobs compra da George Lucas, il regista di Guerre Stellari, una società grafica che poi sarebbe diventata la Pixar, un colosso dell’animazione rivenduto nel 2006 alla Disney per la bellezza di 7,4 miliardi di dollari.

Con il fallimento della Next, anche per Steve Jobs sembra arrivato il momento dell’addio al settore tecnologico. È invece proprio allora che, a sorpresa, la fortuna torna a bussare alla sua porta. Richiamato nel 1996 alla Apple per risollevare le sorti dell’azienda ad un passo dal baratro, Steve Jobs compie il miracolo che oggi è sotto gli occhi di tutti: non solo rimette in sesto i conti, ma trasforma Apple in una delle più grandi aziende hi-tech al mondo. Che siano iMac (computer), iBook (notebook), iPod (lettori mp3), iPhone (cellulari) non ha importanza.

Nella seconda vita di Steve Jobs alla Apple non c’è  un prodotto che non sia diventato oggetto di culto tra gli amanti delle tecnologie in giro per il mondo. Il segreto? Un mix sapiente di design e funzionalità. Un connubio che si è rivelato un’arma vincente per il gruppo californiano: con 250 milioni di iPod venduti, 3 miliardi di applicazioni scaricate dall’App store (negozio virtuale all’interno dell’iTunes) e 15 miliardi di profitti, Apple è il maggiore venditore – per utili realizzati – di apparecchiature mobili al mondo, anche più di Nokia.

Indipendentemente dai cicli dell’economia, negli ultimi dieci anni fatturato e utili della società di Cupertino sono cresciuti senza sosta. E anche il titolo in Borsa ha seguito lo stesso trend: dai dieci dollari che valeva nel 1998, oggi per comprare un’azione della Apple ce ne vogliono all’incirca 200. E, stando alle stime che circolano a Wall Street, il titolo è destinato a diventare sempre più caro in vista di una progressiva crescita della società, che comunque controlla una fetta del mercato dei computer ancora molto piccola (5 per cento). C’è poi da vedere come andranno le vendite dell’iPad. Insomma, le sfide commerciali in cui sarà impegnato prossimamente Steve Jobs sono numerose.

Ma quella più impegnativa riguarda la sua vita privata. E la sua salute in particolare. È il 2004, quando uno Steve Jobs, sempre più magro e debole nella sua divisa d’ordinanza, dolce-vita nero e jeans, annuncia di essere stato operato per una rara forma di tumore al pancreas. Una notizia che crea il panico sul mercato. La stessa scena si ripete agli inizi del 2009, quando Jobs annuncia che si prenderà un periodo sabbatico di sei mesi da Apple. Solo al suo ritorno si saprà che è stato sottoposto a un’operazione di trapianto al fegato.

Ora la situazione appare rientrata. Ma ogni volta che si diffondono notizie sul suo stato di salute, gli investitori e i milioni di fans che in tutto il mondo tifano per lui vanno in crisi. Cosa che non stupisce: Apple e Steve Jobs sono una cosa sola. E la notizia della malattia del suo capitano riapre gli interrogativi su quello che succederà all’azienda il giorno in cui Jobs dovrà lasciare il ponte di comando. Nessuno ci vuole pensare. Per ora meglio scervellarsi a immaginare quali altre meraviglie usciranno dalla su testa.

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