da Uomini&Business (giugno 2009)

Nel maggio 2005, quando andò online il primo post, furono molti a pensare che si trattasse dell’ultimo capriccio di una ricca signora a caccia di notorietà sul Web. Questi signori hanno avuto modo di ricredersi. In quattro anni The Huffington Post, nato in origine come semplice blog e oggi trasformato in un vero giornale online, è diventato, oltre che un punto di riferimento insostituibile per giornalisti e commentatori politici americani, anche uno dei siti più cliccati al mondo.

Per avere un’idea del fenomeno di cui stiamo parlando, lo scorso febbraio HuffPo (questo il diminutivo della testata) compariva al quindicesimo posto della classifica dei siti Internet più popolari al mondo, subito dopo il Washington Post e prima della BBC.

Dietro il boom di questo fenomeno tutto americano, a cui la stampa italiana ha, negli ultimi mesi, cominciato a rivolgere l’attenzione, c’è Arianna Huffington. Questa elegante cinquantanovenne di origine greca naturalizzata americana (all’anagrafe Arianna Stassinopulos) è diventata una vera potenza nell’editoria online. A tal punto che il settimanale statunitense Time l’ha inserita tra le 100 persone più influenti d’America.

In tempi in cui per la carta stampata suonano campane a morto, Huffington si è ritagliata il ruolo di nuovo guru dell’informazione. Non c’è salotto televisivo o conferenza in cui si dibatta del futuro dei media, che non ambisca ad averla come ospite. Capirne le ragioni non è difficile. Mentre ogni giorno in tutto il mondo si chiudono redazioni, vengono licenziati giornalisti, tagliati stipendi e collaborazioni, Arianna sfodera numeri da far impallidire le più famose testate giornalistiche: più di 20 milioni di visitatori unici al mese e raccolta fondi in continua crescita. Quasi a prendersi beffa dei giornali americani in crisi, pochi mesi fa ha creato, insieme ad alcune fondazioni, un fondo da 1,75 milioni di dollari per finanziare un gruppo di dieci giornalisti investigativi da inserire nel suo staff.

Finora, l’Oracolo del Web, come è stata ribattezzata dalla stampa americana, non ha mai reso noto quanto la sua creatura generi in termini economici. Arianna si limita a dire che le entrate arrivano dalla pubblicità, senza scucire una cifra.

C’è chi tra gli esperti dice che se la signora Huffington e soci (Ken Lerner, un businessman americano specializzato nel settore media, e il guru del marketing Jonah Peretti) decidessero in questo momento di vendere il sito, intascherebbero 90 milioni di dollari. Solo un’altra società indipendente di contenuti online, la Gawker di Nick Denton, pare abbia un valore superiore. E così, mentre i grandi nomi dell’editoria mondiale, nessuno escluso, sono alle prese con pesantissimi tagli ai costi, la signora si gode l’immensa popolarità della sua creatura.

Quali sono gli ingredienti del successo di HuffPo? Una struttura snella e un flusso enorme di notizie. Negli uffici di New York, sede della società, lavorano solo 55 persone a contratto, di cui 28 giornalisti. Il grosso dei contenuti è fornito da circa 3.000 blogger che lavorano senza ricevere un dollaro ma che, usando le parole della Huffington, «si accontentano del prestigio della piattaforma». In pratica, HuffPo è una sorta di mega-aggregatore di notizie in cui si trova di tutto, dal gossip politico all’analisi del premio Pulitzer, passando per il blog dell’attore ai video delle più importanti emittenti televisive americane.

Nata ad Atene nel 1950, la vita di Arianna Huffington è stata costellata da successi, qualche scandalo, ma soprattutto da forti e poco durature passioni. A sedici anni, dopo il divorzio dei suoi genitori, va a vivere in Inghilterra per frequentare la facoltà di economia alla Cambridge University. Nel 1980, sulla scia della delusione amorosa per il matrimonio mancato con il giornalista britannico Bernard Levin, decide di trasferirsi negli Stati Uniti. Passa poco tempo e conosce il ricco petroliere Michael Huffington, amico intimo dei Bush, con cui convolerà a nozze e da cui avrà due figlie. Negli anni successivi al matrimonio Arianna segue passo passo l’attività politica di suo marito, candidato al Congresso nelle fila dei repubblicani. Ma anche la relazione con il magnate americano non ha un lieto fine. I due divorziano nel 1996 e l’anno seguente Michael rivela pubblicamente la sua bisessualità. Se la moglie ne fosse sempre stata a conoscenza, come dicono i media, non si sa con certezza. Così come non è dato sapere quanto la signora abbia ricevuto di “buonuscita” dal suo ex marito. Di certo, oltre alla mega villa a Los Angeles, dalla relazione con il ricco petroliere Arianna ne ricava un notevole ritorno di immagine, oltre che una lunga lista di amicizie nell’élite politica americana.

Dopo anni di sostegno ai repubblicani, più o meno in corrispondenza con il divorzio dal marito, la Huffington cambia schieramento, passando dalla parte dei democratici (alle ultime presidenziali è stata una forte sostenitrice di Obama di cui è amica). «Prima pensavo che il settore privato avrebbe potuto indirizzare la soluzione dei problemi sociali in America. Poi mi sono accorta che non sarebbe successo», ha dichiarato in una recente intervista a chi le chiedeva il motivo del cambio di rotta.

La sua passione per la politica la portò nel 2003 a partecipare, come candidata indipendente contro Arnold Schwarzenegger, alle elezioni per diventare governatore della California. Ma la candidatura fu ritirata dopo uno scandalo per evasione fiscale (aveva pagato poco più di 700 dollari di imposte nei due anni precedenti).

Ma questo è omai un capitolo chiuso della sua vita. Certo, la politica resta sempre uno dei principali interessi per la regina del Web, ma nei termini in cui “fa notizia”. Ora la sua vita è scandita dal ritmo incessante della rete. Ogni momento libero è buono per comunicare tramite il suo Blackberry con il resto del mondo. «Vederla all’opera è come assistere a un blog umano in azione» riporta il giornale domenicale britannico Observer, che giudica il suo sito come il più influente del mondo: «Ogni bacio che dà sembra una cliccata di mouse, ogni stretta di mano un link verso un altro potenziale blogger, il suo mondo è come un network in espansione».

Insomma, su di lei si può dire di tutto tranne che non sia un perfetto spot di se stessa. Le opinioni sul suo conto sono parecchio discordanti. C’è chi la considera una persona intelligente e generosa, chi invece una spietata opportunista. Di sicuro, ad Arianna non hanno mai fatto difetto forte ambizione e intraprendenza. E mentre dal palco delle conferenze tenta di tranquillizzare gli editori dicendo che «i necrologi per la carta stampata sono prematuri», c’è da scommettere che mai come in questo momento si senta nel posto giusto al momento giusto.

Stampa Usa in profonda crisi

The Rocky Mountain News, Chicago Sun Times, Seattle Post-Intelligencer, ecc….. Dal 2008 a oggi sono oltre un centinaio i quotidiani finiti sotto le macerie del terremoto che sta colpendo l’editoria americana. E, cosa ancora più allarmante, è che al momento non è possibile fare un bilancio neppure approssimativo di quante altre testate dovranno chiudere i battenti. Oltre ai defunti, ci sono poi quelli le cui sorti restano in bilico, come è il caso del Chronicle di San Francisco o dell’altisonante New York Times, che lo scorso dicembre ha ipotecato la nuovissima sede, il grattacielo di Renzo Piano, per far fronte ad una parte del suo enorme debito.

Che la recessione in corso abbia assestato un brutto colpo all’editoria statunitense è fuori dubbio. Nel 2008 il fatturato complessivo della pubblicità sui quotidiani stampati negli Usa è calato del 16,6 per cento a 37,8 miliardi di dollari (Newspaper Association of America). E le cose non sono certo migliorate nel corso del 2009. E’ stato calcolato che occorrerebbero almeno 100 miliardi di dollari di aiuti per garantire la pluralità d’informazione, ma né l’amministrazione Obama né gli imprenditori privati hanno intenzione di immolare tali cifre. Anche perché l’arretramento dell’economia è solo una parte del problema.

Con la diffusione sempre più capillare di Internet, il nuovo approccio dei giovani americani all’informazione è quello ben espresso dal neologismo infosnacking, ovvero spiluzzicare notizie, saltando da un mezzo di comunicazione all’altro: Internet prima di tutto, tv, radio, ecc…. Insomma, le nuove generazioni appaiono sempre meno interessate alla lettura del vecchio giornale. E così, a dispetto dell’aumento della popolazione americana (dai 203 milioni di abitanti del 1970 ai 300 milioni di oggi), i quotidiani continuano a perdere copie.

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