da Uomini&Business (novembre 2008)

Quando suo padre, nel 1988, la mise a capo di Playboy Enterprises aveva solo 36 anni. Ma nell’azienda di famiglia aveva già accumulato un’esperienza lunga tredici anni. Erano gli anni Settanta quando, fresca di diploma di laurea cum laude in letteratura, una giovanissima e decisamente avvenente Christie Hefner faceva il suo ingresso nell’impero dell’erotismo patinato più famoso al mondo, una vera macchina da soldi che suo padre Hugh aveva fondato negli anni Cinquanta. Prima di entrare nella società paterna aveva avuto una sola esperienza di lavoro alle spalle, quella di giornalista per il Boston Phoenix. Ma, come talvolta capita nelle grandi dinastie industriali, Christie ha dovuto abbandonare ben presto i suoi sogni giovanili. Il forte legame con il padre la spinse dapprima a entrare nel gruppo e, qualche anno dopo, ad accettarne la guida in un periodo particolarmente burrascoso per la società. A vent’anni esatti dalla sua nomina a amministratore delegato di Playboy, lo scorso dicembre la primogenita dell’ultraottantenne Hugh Hefner ha deciso che è arrivato il momento di prendere la sua strada e rompere con il mitico mondo delle Conigliette. Il motivo? Lei dice di esse e stata letteralmente travolta dal fattore Obama, di cui è stata una grande sostenitrice durante la campagna elettorale. Nella nota in cui annunciava le sue dimissioni (esecutive a fine gennaio) scriveva: «Il mese scorso ho festeggiato il mio ventesimo anniversario come amministratore delegato. Come il nostro Paese ha scelto il cambiamento con un nuovo leader, io ho deciso che fosse necessario fare cambiamenti anche nella mia vita». E i cambiamenti, a quanto pare, saranno piuttosto radicali. La signora Hefner ha intenzione di investire su un settore in cui è sempre stata molto attiva, ma lontano anni luce da quello a cui si è dedicata finora a tempo pieno, ovvero quello del no-profit.

Questa, almeno, è la versione ufficiale dei fatti, anche se i maligni scommettono su un’altra motivazione, più legata al momento di crisi che l’impero Playboy sta attraversando che alle vicende personali di Christie. In pratica la signora Hefner avrebbe pagato con le sue dimissioni il recente crollo delle quotazioni del titolo e la forte crisi di liquidità che sta attraversando il gruppo. Qualunque sia la verità, una cosa è certa: con l’uscita di Christie finisce, almeno per il momento, il lungo regno della famiglia Hefner alla guida della più famosa azienda di intrattenimento per adulti che, oltre al celebre magazine possiede una televisione ed un sito Web a pagamento. Gli altri quattro eredi, i figli che Hef (così è chiamato e conosciuto dai più il patron del gruppo) ha avuto negli anni Novanta dalla seconda moglie, l’ex playmates Kimberly Conrad, sono infatti ancora troppo giovani per avanzare pretese in azienda.

Ma chi è questa figlia di papà che si è guadagnata la fama di brava manager sul campo di un’azienda dal business per soli uomini? Per capire un po’ della sua storia, bisogna fare un passo indietro, alle origini dell’impero degli Hefner. Tutto ebbe inizio nel 1952, quando Hugh si licenziò dalla rivista Esquire, dove faceva il correttore di bozze, dopo che gli era stato rifiutato un aumento di cinque dollari. Da quel rifiuto nacque l’idea di mettersi in proprio. Con un prestito di 8 mila dollari raccolti da 45 investitori, l’anno successivo un giovane Hugh lanciò Playboy, Enterteinment for men il sottotitolo della rivista. L’inizio fu tutt’altro che in sordina: la prima copertina ritraeva Marilyn Monroe nuda e pudica su un drappo scarlatto. Era la prima di una gloriosa galleria di foto che sarebbero entrate nella storia del costume, oltre che in quella della bellezza e dell’erotismo, come il nudo integrale di una giovanissima Anita Ekberg e una Gina Lollobrigida in versione odalisca. Nella formula di Playboy c’è tuttavia un elemento che lo rende da subito geniale e che contribuisce alla sua popolarità: il giornale non si limitava a pubblicare fotografie delle donne più belle del pianeta o di anonime maggiorate discinte, ma a queste vengono affiancati articoli e racconti di importanti scrittori e giornalisti americani. Grazie a questa formula negli anni Settanta la rivista arriva a vendere quasi sette milioni di copie al mese. Per Playboy, simbolo e logo dell’America almeno quanto la Coca-Cola e Topolino, la strada non è tuttavia tutta in discesa. Durante gli anni Ottanta cominciano i problemi. Una pessima gestione finanziaria associata ad una concorrenza sempre più agguerrita nell’editoria per adulti segnano l’avvio di una fase di declino. E’ allora che Hugh Hefner decide di mollare le redini alla primogenita.

L’eredità che si ritrova Christie è quella di una società fortemente indebitata, con nessuna liquidità e il cui prodotto di punta, il mensile, ha perso un terzo dei suoi lettori perché considerato dalle nuove generazioni obsoleto. Quando suo padre le passa lo scettro dell’impero di famiglia, non ha una preparazione specifica che l’aiuti a destreggiarsi fra bilanci in rosso e manager in fuga, ma si rimbocca le maniche e impara. Mentre il mitico padre si fa fotografare con l’immancabile pipa in bocca, possibilmente in pigiama, circondato da uno stuolo di bellissime ragazze discinte (vizio che non ha mai perso nonostante l’età), Christie si arrovella su come riportare in auge il marchio di Playboy. Chiede alla Salomon Brothers di trovare dei partner per finanziare i suoi progetti di espansione nel settore televisivo e in quello delle riviste specializzate. Per riportare i conti in pareggio, continua a vendere i beni patrimoniali dell’azienda. La pulizia dura anni. Sotto la sua regia, la società vive radicali e benefiche trasformazioni. Con pazienza e tenacia, alla fine riesce a riportare in utile il gruppo.

Per ovviare alla crescente concorrenza nell’editoria tradizionale, la sua mossa vincente fu di puntare sul Web. Nel 1994 Playboy fu la prima rivista al mondo a mettere i suoi contenuti online. Dopo il successo di Internet è stata la volta della televisione, dei videogames, dei concept store, casinò e club a tema. Il tutto con un unico obiettivo: rendere sempre più forte il celebre brand Playboy negli Stati Uniti e all’estero. Un successo che dura ancora oggi. Anche in questa fase molto difficile per l’economia e per il gruppo, l’unico settore che resta in attivo è proprio quello legato al marchio, grazie alla vendita dei diritti per la riproduzione del logo su magliette, gioielli e altri gadget. Il resto delle attività editoriali non brilla. Playboy oggi soffre dello stesso male dei media: quello della concorrenza dei contenuti gratuiti offerti dal Web e della flessione della pubblicità. Solo nell’ultimo anno il gruppo ha accumulato perdite per 12 milioni di dollari. Nello stesso tempo le azioni hanno subito una caduta pari all’80 per cento del loro valore. La rivista, che tra l’altro è appena tornata nelle edicole italiane, ha perso progressivamente i suoi lettori e la tiratura è stata drasticamente ridotta. Ora, per la prima volta nella storia della società, toccherà a manager esterni alla famiglia trovare una strada per salvare le sorti delle Conigliette in crisi. Almeno fino a quando un nuovo Hefner sarà abbastanza grande per dedicar

Annunci