da Uomini&Business (novembre 2009)

Definirlo come il più grande retailer al mondo di arredamento significherebbe raccontare solo una parte della storia, quella che riguarda il suo enorme giro d’affari, cresciuto anno dopo anno fino a raggiungere i 21,8 miliardi di euro dell’ultimo bilancio annuale (chiuso a fine agosto). Ikea è questo, ma non solo. La sensazione, quando si parla del gruppo svedese più famoso al mondo, è che si stia parlando di qualcosa di più di un’impresa di grande successo. Un caso di costume, prima che una case history da manuale di economia aziendale. Sul fenomeno Ikea si sono interrogati sociologi, giornalisti, architetti e anche politici. Qualche anno fa un esponente del governo svedese ha coniato una battuta secondo la quale, per lo sviluppo della democrazia nel mondo in molti paesi aveva ha fatto più Ikea del complesso legislativo. Al di là delle battute, è innegabile che il gruppo svedese, fondato negli anni Quaranta da un ragazzo poco più che ventenne, ha rivoluzionato il settore dell’arredamento della casa con un’idea commerciale a cui mai nessuno aveva pensato: offrire prodotti di design, spesso ispirati a pezzi d’autore, a prezzi accessibili. In pratica, quello che è stato ribattezzato come design democratico.

In oltre sessent’anni di vita, la società ha fatto del binomio design-economicità il cavallo di battaglia che le ha permesso di crescere a ritmo incessante. Quantificare la diffusione di Ikea nel mondo fa venire il capogiro. A dispetto della crisi, il gruppo ha proseguito incessantemente a piazzare la sua bandiera blu e gialla nei cinque continenti. Il risultato finale è che lo scorso agosto contava 301 negozi sparsi in 37 paesi, visitati in un anno da 590 milioni di persone.

Per capire a fondo la storia dell’impero svedese del legno non si può prescindere dal suo fondatore, Ingvar Kamprad. L’acronimo Ikea è composto dalle iniziali del suo nome, più Elmtaryd, la fattoria di famiglia dove cresce, e Agunnaryd, il suo paesino di origine. Tra gli uomini più ricchi del pianeta, Kamprad ha creato un colosso partendo da zero. La sua fortuna, che la rivista americana Forbes stima intorno ai 22 miliardi di dollari, lo mette in testa alla classifica dei Paperoni del Vecchio Continente e al quinto posto della classifica mondiale. Non è tuttavia escluso che il fondatore di Ikea abbia un patrimonio più consistente. Un  complesso sistema di holding e l’atmosfera di segretezza che circonda la società (non ha mai diffuso i dati sull’utile) rende impossibile conoscere con esattezza a quanto ammonti la ricchezza di questo arzillo ultraottantenne. Che solo nel allo scoccare dei sessant’anni, ha lasciato la carica di presidente per dedicarsi all’attività di consulente.

Nato in una famiglia contadina, il fondatore di Ikea è poco più che un ragazzino quando comincia a mostrare uno spiccato senso per gli affari: inizia con la vendita porta a porta di fiammiferi, e i primi soldi, a diciassette anni, li investe per dar vita ad una piccola azienda che produce penne, portafogli e cornici, orologi, gioielli, calze di nylon. In pratica, tutto ciò di cui la gente aveva bisogno e che Ingvar riusciva a procurare a un prezzo ridotto.

È il 1943 quando viene registrato il marchio Ikea. Cinque anni dopo i mobili entrano a far parte integrante del business. La filosofia che anima l’attività del giovane, quella del low cost, è presente fin dalle prime battute. Comincia con una sedia, una poltrona e un tavolino basso, che fa costruire in una falegnameria vicino a casa e mette in vendita a un prezzo del 30 per cento più basso del mercato.

Ben presto le attività si allargano: nel 1953 apre il primo punto-vendita, dove si può toccare e provare. I clienti vengono accolti con un caffé e un panino. «Nessuno compra mobili se ha la pancia vuota», scriverà nella sua autobiografia , La storia dell’Ikea, uscita nel 1998.

Gli inizi non sono semplici. I concorrenti svedesi, colti di sorpresa dal nuovo marketing e dal suo successo, si alleano con l’obiettivo di boicottare Kamprad. Ricattano i fornitori: se lavorate per lui, avete chiuso con noi. Lui risponde facendosi consegnare la merce di notte. Ma quando per la prima volta si trova a dover gestire un ordine di 40 mila sedie e nessuno che gliele fabbrica in tempo, decide di rivolgersi a fornitori polacchi.

Tra le più grandi intuizioni di Mister Kamprad che, con una precisione da cecchino non ha mai sbagliato un colpo, c’è quella dell’inscatolamento dei mobili. È così che la società riesce ad abbattere in maniera significativa i costi. In questo modo, uno dei compiti che costavano più tempo e denaro, quello del trasporto e montaggio, venivano spostati dal venditore al consumatore.

Gli affari vanno bene. Ma negli anni ’60 il fondatore di Ikea tenta di risolvere un’altra “annosa” questione. Tra le migliaia di visitatori che già affollavano i magazzini Ikea qualcuno usciva con le mani vuote. Come fare? Ecco allora che nasce il primo assortimento di oggetti e accessori per la cucina, a prezzi talmente stracciati che nel tempo è diventa quasi impossibile uscire dal negozio senza aver fatto un acquisto.

Nonostante gli evidenti successi, Mister Ikea non si è mai lasciato andare al lusso e agli eccessi. “Il miliardario della porta accanto” lo ha ribattezzato la stampa straniera. In effetti, Kamprad ha sempre mantenuto uno stile di vita senza eccessi, complice un’avarizia che è diventata leggendaria. Fa la spesa quando il mercato sotto casa smonta, viaggia in classe economica, pensa che sia un lusso andare in vacanza in bicicletta con il suo amico Erling Persson, il miliardario fondatore della catena di abbigliamento svedese Hennes&Mauritz. «Sì è vero, conduco una vita semplice. Ma se pratico il lusso, non posso predicare il risparmio. É una questione di buona leadership», risponde a chi gli chiede il motivo di una scelta che appare alquanto bizzarra.

Decisamente originale negli affari, Kamprad si è mostrato altrettanto stravagante quando si è trattato di decidere della sua successione.

Per evitare che alla sua morte si potesse scatenare una battaglia tra i tre figli (tutti impiegati nell’azienda di famiglia) con il rischio di una frammentazione della sua “creatura”, il signor Ikea si è inventato una complessa struttura societaria che impedisce l’accesso della sua famiglia al capitale del gruppo. All’epoca dei fatti, nel 1986, aveva specificato che i suoi figli avrebbero avuto un importante ruolo nel gruppo. Ma ad una condizione precisa: avrebbero dovuto guadagnarselo. Kamprad ha sempre bocciato anche l’ ipotesi dello sbarco in Borsa. «Gli azionisti – ha sempre detto – vogliono un veloce ritorno sugli investimenti, noi lavoriamo invece sul lungo termine». E così ha diviso in tre tronconi l’azienda e sparso il controllo del gruppo in una fondazione, affinché la sua creatura fosse messa al riparo da ogni possibile conflitto.

Impeccabile nel comportamento, Kamprad ha sempre mantenuto alta la sua reputazione e quella della sua azienda nonostante lo scivolone della metà degli anni ’90, quando fu costretto ad ammettere, dopo rivelazioni giornalistiche, di aver militato fra le fila dei nazisti durante la Seconda guerra mondiale, e di aver mantenuto le sue simpatie di estrema destra per tutti gli anni Cinquanta. Una situazione da cui riuscì a uscire senza troppi danni, chiedendo pubblicamente scusa.

Ma questa orma è acqua passata. Negli ultimi anni, la società ha fatto del suo impegno verso l’ambiente il nuovo cavallo di battaglia. Tanto che lo scorso anno ha deciso di investire 50 milioni di euro per dare vita a Ikea Green Tech, un ramo d’azienda specializzato nel mercato delle energie rinnovabili. L’obiettivo principale è quello di portare sul mercato nuovi prodotti rispettosi dell’ambiente, che siano caratterizzati da qualità elevata e costi contenuti, in linea con la filosofia dell’azienda. Nessuna sorpresa, dunque, se anche la lotta contro il cambiamento climatico diventerà un’opportunità per incrementare il già cospicuo business.

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