da Uomini & Business (maggio 2009)

C’è chi non vedeva l’ora di liberarsene, chi invece lo considera un capro espiatorio. Al di là degli schieramenti, di sicuro le dimissioni di Rick Wagoner, 56 anni, ex presidente e Ceo di General Motors, per nove anni ai vertici della più grande casa automobilistica d’Oltreoceano, entrerà negli annali come il più traumatico cambio ai vertici che si sia mai visto nella storia dell’industria americana. Il boccone più amaro da digerire di questa vicenda, che si è consumata nel giro di poche ore alla fine di marzo, è stato il fatto che a spedire dritto in pensione Wagoner dopo 33 anni di servizio in GM (era stato assunto nel 1977) ci abbia pensato non il consiglio di amministrazione della società bensì la Casa Bianca.

Per comprendere la vicenda bisogna fare un passo indietro. Il contesto in cui si è consumato il siluramento di Rick Wagoner è quello della profonda crisi in cui navigano i tre giganti del settore automobilistico americano: GM, Chrysler e Ford. Una crisi che ha origini più lontane rispetto a quella che ha colpito nell’ultimo anno l’economia mondiale. Da lungo tempo le quattro ruote statunitensi soffrono una netta erosione dei conti dovuta a inefficienze interne e al drastico calo delle vendite sul mercato domestico. La situazione, già di per sé delicata, si è inasprita con lo scoppio della crisi finanziaria ed il conseguente crollo verticale della domanda di automobili.

Lo scorso agosto, alzando il velo sul bilancio del secondo trimestre, GM ha portato alla luce una situazione a dir poco drammatica: in soli tre mesi il gruppo automobilistico ha accumulato un rosso di 15,5 miliardi di dollari, la terza più importante perdita in tutta la sua storia. Le cose sono peggiorate nei mesi seguenti. Lo scorso novembre, con l’acuirsi della recessione, i tre gruppi automobilistici di Detroit hanno lanciato un appello all’amministrazione Bush per ottenere aiuti. I soldi sono arrivati a dicembre: per evitare lo spettro del fallimento, il governo americano ha messo a disposizione 17,4 miliardi di dollari, di cui 4 finiti nelle casse di GM.

Un paio di mesi dopo è sopraggiunta una nuova batosta. Il 26 febbraio GM ha presentato il bilancio del quarto trimestre, archiviato con una perdita di 9,6 miliardi di dollari. Complessivamente nel 2008 la società ha bruciato 30,9 miliardi di dollari.

Ancora una volta è stata sollevata la questione della sopravvivenza, e ancora una volta l’industria dell’auto è stata costretta a reclamare soldi allo Stato (22 miliardi quelli richiesti da GM e Chrysler, mentre Ford al momento gode di una situazione finanziaria più stabile) per riuscire a sopravvivere a questo difficilissimo 2009.

Questa volta, però, l’inquilino della Casa Bianca è cambiato. La nuova amministrazione democratica ha dichiarato la volontà di evitare il fallimento e salvare posti di lavoro ma ad un paio di condizioni: che le ristrutturazioni siano credibili e che siano in linea con le politiche ambientali e di risparmio energetico portate avanti da Obama. Condizioni che, a quanto pare, non erano state soddisfatte nei piani di risanamento presentati al governo per ottenere i nuovi fondi.

Il primo a farne le spese è stato proprio il gran capo di GM. Il neo presidente degli Stati Uniti è stato chiaro: «Niente finanziamenti pubblici, senza le dimissioni di Wagoner». A quel punto al super-manager, da molti riconosciuto come inaffondabile, non è rimasto altro da fare che andarsene, travolto dalla sua incapacità di fare scelte incisive e anche impopolari all’interno del gruppo.

Tra i suoi meriti, gli va riconosciuto quello di aver guidato la casa automobilistica fuori dai confini statunitensi, anche se la politica di espansione all’estero non è stata in grado di compensare le perdite sempre più pesanti sul mercato interno. Sotto il suo regno, GM ha visto una distruzione di valore che non ha precedenti: solo dal 2005 ad oggi la società ha perso 82 miliardi di dollari e il titolo è crollato da 90 a poco meno di due dollari. Le falle di GM sono tante: troppi marchi e troppo sbilanciati verso i costosi Suv, vetture che l’impennata dei costi del gasolio ha reso obsolete. Come se questo non bastasse, negli anni, la produzione si è rivelata di qualità inferiore a quella dei principali competitors e con costi più elevati.

Molti di questi problemi, come molti osservatori ricordano, c’erano già ben prima che Wagoner prendesse in mano le redini del gruppo. Ciò non toglie che in questi anni il top manager non sia stato in grado di risolverli. A poco sono serviti i pesanti tagli all’organico (circa 47 mila da quando qualche anno fa sono cominciati i problemi). I conti, complice il crollo della domanda di automobili, sono sprofondati mese dopo mese in un abisso senza fine. Quando quattro anni fa il finanziere Kirk Kerkorian rilevò il 10 per cento della casa automobilistica americana, le richieste per una ristrutturazione più incisiva si fecero via via più pressanti. Ma di quelle richieste, Wagoner non ne volle sentir parlare. Solo lo scorso anno, quando il terreno sotto GM stava diventando sempre più paludoso, il super-manager ha deciso di rispolverare qualcuna delle proposte di Kerkorian, come quella di disfarsi della Hummer. Troppo poco e troppo tardi, evidentemente, per risollevare le sorti di un gruppo ormai allo sbando.

Ma come è possibile, ci si chiede, che Rick Wagoner sia rimasto in sella così tanto tempo, nonostante risultati di gestione così disastrosi? Molti osservatori puntano il dito verso gli azionisti. Il 13 per cento della proprietà della società automobilistica è in mano ai dipendenti attraverso la State Street Global Advisors. Non è difficile immaginare come, a questi, la strategia “moderata” adottata dall’ex numero uno di GM abbia sempre fatto comodo. Un altro aspetto non irrilevante della storia ci porta direttamente nel consiglio di amministrazione. In pratica, la maggioranza dei membri del cda è saldamente seduta sulla sua poltrona da più tempo di Wagoner. Il che li rende corresponsabili del disastro.

Ora la palla è passata a Fritz Henderson, 50 anni, anch’egli manager di lungo corso di GM. A lui il compito di preparare un piano credibile per uscire dall’empasse di questi mesi. Se il suo posto a capo di GM sia temporaneo o definitivo non è ancora dato saperlo. In questo momento, l’unica cosa che Mr Henderson sa con certezza è quello che il governo si aspetta da lui. Ma soprattutto dalla società di cui è stato messo a capo.

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