da Uomini&Business (giugno 2009)

Nelle ultime elezioni presidenziali iraniane ha dato voce alla protesta anti-Ahmadinejad. È riuscito addirittura a resistere al blocco di molti siti e social networks messo in atto dal regime di Teheran. Stiamo parlando di Twitter, sito di microblogging che negli ultimi mesi si è imposto nella blogosfera come l’ultima frontiera dell’informazione. Ogni giorno milioni di internauti, username e password alla mano, entrano nel proprio profilo per rispondere alla domanda «Che cosa stai facendo?». La risposta deve essere estremamente concisa, 140 caratteri al massimo, all’incirca quelli utilizzati in un sms.

Poteva essere l’ennesimo giocattolino per ragazzi che vogliono comunicare a costo zero con il proprio gruppo di amici (quelli che nel sito sono chiamati followers). In realtà, a poco più di tre anni dalla sua nascita, Twitter, che tradotto in italiano significa “cinguettare”, si sta imponendo come nuovo strumento di comunicazione via Web. Nell’era di Internet, dove le notizie viaggiano alla velocità della luce, il terzo social network più bazzicato della Rete (dopo Facebook e MySpace) è diventato l’esempio più emblematico di micro-giornalismo.

Ancora poco diffuso tra gli internauti italiani, negli Stati Uniti Twitter è un fenomeno di massa. Vincitore quest’anno del Webby Awards 2009, una sorta di Oscar di Internet, nella categoria «innovazione dell’anno», Twitter ha conquistato anche la copertina del Time, che titolava la cover story “Come Twitter cambierà la nostra vita”.

Un’esagerazione? Se da una parte siamo sicuri che gran parte della popolazione del pianeta continuerà tranquillamente a vivere anche senza un profilo su Twitter, d’altra parte questo sito, nato con ambizioni ridotte, ha aperto nuove vie alla comunicazione, dimostrando di essere in grado di influenzare anche i media più tradizionali.

Per fare un esempio: pochi mesi fa Usa Today, il giornale più venduto degli Stati Uniti, ha pubblicato la prima notizia di copertina realizzata con materiale interamente raccolto attraverso Twitter. L’articolo titolato L’economia degli Usa si sta allontanando dal capitalismo? riportava le opinioni di 21 amministratori delegati di grandi imprese, raccolte esclusivamente attraverso brevi messaggi di testo trasmessi tramite il social network.

Oltre che per i giornali, Twitter si sta rivelando un mezzo ideale anche per le aziende. Dell, Ford, Kodak e Starbucks, sono solo alcune delle società che hanno trovato in Twitter un canale di marketing per promuovere i propri prodotti.

Ma questo è l’ultimo capitolo della sua storia. Facciamo un passo indietro. Siamo nel marzo del 2006, quando Twitter va on line per la prima volta. La Obvious Corp., società di San Francisco che fa capo ai tre trentenni californiani fondatori del social network (Jack Dorsey, Evan Williams e Biz Stone), impiega due settimane per mettere giù il prototipo del sito. L’idea era quella di creare un sistema di comunicazione a metà tra l’instant messaging e la comunicazione via cellulare. Con i tweets (gli aggiornamenti) che possono essere fatti direttamente sul sito oppure via email, sms, messaggistica istantanea…. Il modello, pensato per aggiornare amici e colleghi sulle proprie attività, ha permesso al sito fin da subito di riscuotere un discreto interesse.

Poi quest’anno qualcosa è cambiato: Twitter è stato preso d’assalto dai vip. Politici, manager, cantanti, attori hanno cominciato ad iscriversi al social network con l’obiettivo di comunicare direttamente con i propri fans, senza l’intermediazione dell’ufficio stampa.

A quel punto i contatti sono letteralmente esplosi. Chi, almeno una volta nella vita, non si è chiesto cosa stesse facendo in quel momento il proprio beniamino? Bene, ora, se l’idolo in questione è tra gli iscritti a Twitter la curiosità può essere facilmente soddisfatta. È sufficiente entrare nel suo network. Tra i vip americani c’è solo l’imbarazzo della scelta, dal presidente Barack Obama (che a dir la verità spopola su tutti i principali social network) a Oprah Winfrey, da Al Gore al cantante John Mayer, tutti sono twitterizzati. Tra i più seguiti svetta Ashton Kutcher, il giovane attore americano nonché marito di Demi Moore, che qualche mese fa ha sfidato la Cnn a chi arrivava prima a un milione di utenti. Il ragazzo è riuscito nel suo intento, aiutato senza dubbio dalla pubblicazione di una foto del lato B dell’affascinante moglie.

Ma Twitter non è solo un enorme aggregatore di fans club.

L’aspetto più interessante, come dicevamo, è legato all’informazione. Pur nel limite di dare una notizia in 140 battute, i piccoli post su Twitter catturano l’atmosfera degli eventi, rimandando in molti casi tramite link alla notizia pubblicata sul sito. I grandi giornali americani hanno già twitterizzato da tempo la loro informazione, e così anche le agenzie di stampa. Il principale motivo è, ovviamente, quello di raggiungere con ogni strumento possibile il lettore. Il tutto a costi contenuti. Così per usare le parole del Time, «Twitter è diventata una piattaforma che viene sviluppata con il contributo di cervelli di ogni parte del mondo, ogni messaggio è una rampa di lancio verso qualche altra parte del Web, e negli Stati Uniti in particolare sta seriamente cominciando a determinare il successo (o il flop) degli articoli online. È come aver inventato un tostapane e un anno dopo scopri che qualcuno per conto suo ha trovato il modo di trasformarlo in micro-onde», sostiene il magazine americano che ha pronosticato al social network un brillante futuro.

In attesa che la twitter-mania si diffonda nel resto del pianeta, Obvious Corp. si gode il boom di contatti registrati negli Stati Uniti. Nonostante in termini di utenti la distanza con Facebook e MySpace, rispettivamente primo e secondo social network al mondo, resti enorme, negli ultimi mesi il sito di micro-blogging ha registrato tassi di crescita che non hanno precedenti. Secondo la società di analisi americana Comscore, lo scorso aprile gli utenti americani hanno raggiunto quota 17 milioni, con una crescita mensile dell’83 per cento e addirittura del 3.000 per cento su base annua.

Un unico neo. Il boom di nuovi iscritti finora non si è tradotto in utili. Obvious si è limitata a raccogliere circa 57 milioni di dollari di fondi, tutti tra investitori privati. «La mancanza di profittabilità», ha spiegato di recente Evan Williams, attuale amministratore di Twitter, non è dovuta alla crisi, ma alla mancanza di un modello di business per trarre utili dalla piattaforma. «Sicuramente andremo in attivo nel 2010 – chiarisce – ma non possiamo dirvi esattamente in che modo, perché ancora non sappiamo come funzionerà il nostro business».

La mancata redditività del gruppo non sembra aver ridotto l’appeal di Twitter, che negli ultimi mesi ha ricevuto due proposte di acquisto prestigiose. La prima, lo scorso novembre, da Facebook che l’ha valutata 500 milioni di dollari. Rumors recenti parlano di una proposta anche da parte di Google. Finora i tre fondatori appaiono intenzionati a mantenere salda la propria indipendenza. Ma fino a quando? Che il cinguettio di un’offerta più alta possa far cambiar loro idea

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