da Uomini&Business (maggio 2009)

«Io successore di Steve? No, non se ne parla. Lui è insostituibile. Me lo immagino a 70 anni, sempre al suo posto di comando, quando io sarò già in pensione». Tra i milioni di fans sfegatati sparsi sul pianeta, che lo idolatrano come fosse il Messia in Terra, Steve Jobs, numero uno di Apple, ne ha uno in particolare che stravede per lui. Si chiama Tim Cook, ha 48 anni, ed oltre ad essere il suo più grande ammiratore, da oltre dieci anni è il suo braccio destro nella seconda avventura a Cupertino.

In pratica, alla fine degli anni Novanta, quando Jobs riprese in mano le sorti, all’epoca disastrose, del gruppo di computer, fu lui stesso ad assumerlo per affidargli la gestione della produzione e della distribuzione. Con sedici anni alle spalle di esperienza nel settore dei computer, di cui dodici spesi in Ibm come responsabile del settore manifatturiero in Nordamerica, e gli ultimi quattro come vice presidente della Compaq Computer, Tim Cook sembrava la persona giusta per rimettere ordine nei processi produttivi e nella distribuzione, che a quei tempi viaggiavano a livelli a dir poco disastrosi.

Da allora, tra i due è nato un sodalizio indissolubile. Oggi nel gruppo della Mela, Tim Cook ricopre la carica di Coo (Chief operative officer), in italiano “direttore operativo”, poltrona che di fatto lo rende numero due della società. Come vice del grande capo, è toccato a lui sostituire il boss nei momenti più difficili della sua vita. Lo ha fatto nel 2004 quando Jobs si allontanò per due mesi dall’azienda per sottoporsi all’operazione di cancro al pancreas; lo ha rifatto in questi primi sei mesi dell’anno dopo un peggioramento delle condizioni di salute del numero uno di Apple.

Ebbene, il semestre sabbatico di Steve Jobs terminerà fra qualche settimana. Ma nella Silicon Valley le voci di un possibile ritiro definitivo del 53enne manager americano continuano a rincorrersi. E benché lui non ne voglia sentir parlare, Cook viene indicato come il candidato più probabile alla successione.

Su di lui la stampa non ha mai risparmiato complimenti. La rivista americana Fortune lo ha ribattezzato “Il genio dietro Steve”, il Time lo scorso febbraio sparava un titolo “Tim Cook, il nuovo Steve Jobs?”.

Complementari nella personalità e sul lavoro, la coppia è un team collaudato. Dove non arriva uno, arriva l’altro. Se Steve Jobs è il volto della società, sempre in prima linea nello sviluppo dei prodotti e molto concentrato sul design, Tim Cook è quello che trasforma le novità della Mela in montagna di soldi: nessuno meglio di lui è in grado di governare i processi di produzione e garantirne la massima efficienza. Il suo più grande successo in azienda è stato quello di accorciare sensibilmente l’inventario e i tempi dei rifornimenti. Nell’hi-tech, dove la vita dei prodotti è molto breve, la velocità è essenziale. «Dobbiamo affrontare questo problema come se fossimo un’azienda di formaggi: la freschezza è tutto», raccontava Cook in un’intervista.

Ben assortiti sul lavoro, Steve e Tim si integrano perfettamente anche nel carattere. Esuberante, gran comunicatore il primo; estremamente riservato e low profile il secondo.

Tim Cook non è un uomo da palcoscenico, anche se spesso accompagna Jobs e il responsabile della finanze, Peter Oppenheimer, nella presentazione delle trimestrali. Chi lo conosce sostiene che questo manager che arriva dal Sud (è nato in Alabama) abbia un carattere calmo e pacato purché la sua squadra lavori in maniera efficiente. In caso contrario, il pacifico Tim rischia di trasformarsi in un capo spietato.

A Cupertino si ricordano ancora di una mitica riunione per risolvere un problema sorto in Cina. In quell’occasione Cook, rivolgendosi ai suoi collaboratori chiese: «Ma chi abbiamo in Asia? Qualcuno dovrebbe stare in Cina adesso». Trenta minuti dopo, alzando gli occhi verso Sabih Khan, uno dei dirigenti presenti, lo fulminò con una frase del tipo: «Perché sei ancora lì?». Si racconta che il manager, senza fiatare e senza neppure passare a casa per cambiarsi, salì sul primo volo San Francisco-Shanghai con un biglietto oneway. Oggi è ancora lì, ed è l’apprezzato capo delle operazioni in Cina.

Su due pianeti opposti nell’indole, la coppia ai vertici della Apple ha un aspetto che li accomuna: una passione smisurata per il loro lavoro. I due manager rientrano alla perfezione nella schiera di quelli che in America vengono definiti workaholic (dipendenti dal lavoro). Mai stanchi di lavorare, hanno un’ossessione per i dettagli: nulla nei computer Mac, nei lettori musicali mp3 iPod o nei telefonini iPhone deve essere lasciato al caso. Aspetto che, forse più di ogni altro, ha contribuito alla gloriosa rinascita della Apple, diventata negli ultimi anni un simbolo degli Stati Uniti nel mondo al pari di McDonald’s e della Coca-Cola.

Della sua vita fuori dagli uffici di Cupertino si conosce ben poco. Dalle scarse notizie riportate dalla stampa americana si sa che è single ed è un salutista convinto. Mangia barrette dietetiche e, quando si concede una pausa dal lavoro, lo si ritrova in palestra. Apple è grata a Cook: non solo si è accollato il compito arduo di sostituire Jobs per la seconda volta, ma lo ha fatto nel periodo più nero per i mercati e per l’economia dalla crisi del ‘29. E’ anche vero che per questo motivo l’azienda lo copre d’oro. Nel 2005 è stato il dirigente di Apple più pagato, con uno stipendio più bonus complessivamente pari a 1,2 milioni di dollari.

Una curiosità: fino a poco tempo fa si diceva che Cook vivesse in affitto a Palo Alto. La scelta di non acquistare la casa in cui vive da quando nel 1998 si trasferì nella Silicon Valley si rivelò anni dopo (con il forte rialzo dei prezzi della case in America) come la  peggiore decisione di business del manager. Chissà se, in questi mesi, con lo scoppio della bolla immobiliare e la caduta dei prezzi, abbia rimediato all’errore.

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