da Uomini & Business (ottobre 2007)

La sua storia è stata definita dalla stampa “una favola moderna”. Anche se dietro la sua fortuna non c’è nessuna magia, bensì un padre generoso, il boom del mercato immobiliare cinese e l’altrettanto esplosiva crescita della Borsa. Tre fattori che, messi insieme, le hanno permesso di accumulare una ricchezza personale valutata intorno ai 16 miliardi dollari.

Niente male per la ventiseienne Yang Huiyan, consacrata dall’ultimo censimento dei Paperoni mondiali della rivista americana Forbes la persona più ricca della Cina e addirittura di tutto il continente asiatico.

Con il suo patrimonio è riuscita a scalzare Zhang Yin, 49 anni, fondatrice e presidentessa della Nine Dragons Paper, la più grande azienda di prodotti cartari della Cina, fino allo scorso anno al vertice della classifica dei più ricchi di tutta la Repubblica Popolare.

Di lei si sa poco o nulla. Fino a pochi mesi fa, quando è convolata a nozze con un funzionario del Partito Comunista, non si conosceva neppure il suo volto. E’ stato infatti solo allora, in occasione del suo matrimonio, che su Internet sono comparse le sue prime foto. Studi universitari in America, alla Ohio State University, Yang Huiyan oggi siede nel consiglio di amministrazione della Country Garden Holdings, la società immobiliare di famiglia – sbarcata lo scorso aprile sul listino di Hong Kong – di cui detiene il controllo.

Quella di Yang, direttore esecutivo con responsabilità nelle attività della logistica, non è tuttavia una storia isolata nella Cina dei nostri giorni. Se la neo-tycoon ha dalla sua il record di essere la più giovane nella schiera dell’esercito di nuovi ricchi dell’Ex Celeste Impero; il fatto che dietro il suo immenso patrimonio ci sia il “mattone” l’accomuna all’esercito sempre più numeroso dei nuovi ricchi made in China. Si pensi, infatti, che nella top 40 stilata da Forbes sui cinesi più ricchi, ben 12 sono immobiliaristi e il podio dei primi tre è occupato da imprenditori che hanno interessi nel settore.

Non è difficile capire il motivo. Negli ultimi anni, complice il processo di urbanizzazione, il mercato cinese delle abitazioni ha conosciuto una crescita stratosferica, addirittura più alta di quella altrettanto spettacolare mostrata dal Pil (+11,9 per cento nel secondo trimestre del 2007). Una crescita che, almeno per il momento, non pare volersi arrestare. Nei primi otto mesi dell’anno gli investimenti cinesi nel real estate sono cresciuti del 29 per cento a 186,5 miliardi di dollari.

A nulla sono serviti gli interventi restrittivi adottati dalla Banca Centrale Cinese per porre un freno alla crescita esponenziale dei prezzi delle case (da inizio anno i tassi di interesse sono stati ritoccati al rialzo per ben cinque volte). Il mercato immobiliare non dà cenni di voler rallentare il passo. Alcune tra le maggiori città, come per esempio Shangai, restano veri e propri cantieri aperti.

Yang è figlia di questo boom. Oltre che di un padre, il signor Yeung Kwok Keung, che ha cavalcato l’onda alla grande. E che nel 2005 ha deciso di trasferire la sua quota nella società (il 60 per cento) alla sua giovane figlia.

Di come, il 52enne fondatore della società, abbia costruito nel giro di pochi anni la sua fortuna si sa molto poco. Le cronache parlano di una prima parte della sua vita trascorsa nelle campagne cinesi.

Nato in una famiglia contadina, Yeung fino all’adolescenza ha fatto il pastore. La “svolta capitalista” arriva nel 1997, quando con alcuni soci costruisce un complesso residenziale nella periferia di Canton. Complessivamente, secondo Forbes, in dieci anni il gruppo avrebbe comprato oltre 19 milioni di ettari di terreno e oggi possiede investimenti in diverse società edilizie e alberghi. Se il mattone è stato il trampolino di lancio, al resto della fortuna ci ha pensato il listino di Hong Kong. Con la quotazione, avvenuta lo scorso aprile, la società ha più che raddoppiato il suo valore iniziale. Collocata a 5,38 dollari di Hong Kong, oggi per avere un titolo della Country Garden bisogna sborsare circa il doppio.

E ogni incremento al rialzo, suona alla giovane ereditiera come un ritocco della sua ricchezza accumulata finora.

Insieme al boom dell’immobiliare, la schiera di nuovi Paperoni con gli occhi a mandorla (in unità secondi solo agli Stati Uniti) deve ringraziare anche il momento d’oro che sta attraversando il mercato azionario.

Nell’esercito di miliardari della più grande economia asiatica, che cresce a ritmi impressionanti, in parecchi hanno visto lievitare il patrimonio a seguito del collocamento della loro azienda. Non è infatti un caso che nove dei dieci cinesi più ricchi siano a capo di società quotate. E questo grazie alla crescita da capogiro attraversata nell’ultimo anno dai mercati finanziari.

Si pensi che, nell’ultimo anno, l’indice delle società a maggiore capitalizzazione cinese ha quadruplicato il suo valore. Mentre la Borsa di Hong Kong nei primi nove mesi di quest’anno ha segnato un rialzo del 40 per cento. Il che spiega come i nuovi miliardari cinesi crescano tanto e tanto velocemente: inesistenti nel 2002, lo scorso anno, secondo Forbes, erano 15, mentre quest’anno sono già 106. E si pensa che il numero in realtà sia nettamente superiore. Solo gli Stati Uniti, con i loro 400 miliardari, fanno meglio. Altrettanto impressionante è il ritmo a cui cresce il patrimonio totale nelle mani dei primi 40: quest’anno ha raggiunto quota 120 miliardi di dollari, più del triplo rispetto ai 38 miliardi dello scorso anno.

Insomma, i tempi del Maoismo sembrano definitamene archiviati. Tra le novità del “secolo cinese” c’è l’ascesa di una classe capitalistica sempre più numerosa.

Ma a quale prezzo? Nell’ultimo rapporto della Banca di sviluppo asiatico, risulta infatti che la Cina (dietro al Nepal) è il secondo paese in Asia con il gap più ampio tra ricchi e poveri. A fronte dei 106 miliardari fotografati da Forbes, in Cina più di 106 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno. A questo punto bisognerà capire come il Partito Comunista riuscirà a conciliare il concetto, ribadito negli ultimi tempi, di una “società socialista armoniosa” con un tessuto sociale che invece appare sempre più polarizzato.

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