da Uomini&Business (novembre 2008)

Con alle spalle una storia lunga oltre 150 anni, i Wallenberg rappresentano senza dubbio una delle famiglie più longeve del capitalismo europeo. Le loro vicissitudini sono legate a doppio filo con la storia del loro paese, la Svezia. Si pensi che nel diciannovesimo secolo, André Oscar Wallenberg capostipite e fondatore dell’impero finanziario del sole di mezzanotte fu uno dei finanziatori della rivoluzione industriale svedese attraverso la Stockholm Enskilda Banken (SEB), la banca di famiglia, da lui fondata nel 1856.

Da allora cinque generazioni di Wallenberg si sono succedute al timone di un impero che alla fine degli anni Novanta era costituito da partecipazioni in società che messe insieme rappresentavano il 40 per cento circa del valore della Borsa di Stoccolma.

A differenza di molte dinastie industriali la cui fortuna è stata accumulata cavalcando un prodotto, i Wallenberg hanno fatto della diversificazione il loro punto di forza. Finanza, meccanica, farmaceutica, hi-tech: in oltre un secolo e mezzo di vita hanno allargato i loro orizzonti verso un’infinità di settori.

Tramite la Investor, la holding di famiglia fondata nel 1916, gli Agnelli di Svezia controllano circa ottanta società che operano in settori quanto mai variegati e dal business più o meno maturo. Abb, Saab, Electrolux, Ericsson, SEB sono solo alcuni dei gruppi in cui da anni la dinastia svedese possiede pacchetti azionari più o meno consistenti.

Nel corso dei decenni, ai business più tradizionali se ne sono aggiunti di nuovi, legati alle nuove tecnologie, come è il caso della 3 Scandinavia, società di telefonia mobile di terza generazione, in cui la Investor è socia con il 40 per cento a fianco della Hutchinson Whampoa. Certo, in una storia lunga oltre un secolo qualche società è stata anche ceduta. E’ successo per esempio alla casa automobilistica svedese Saab passata di mano all’americana General Motors e più di recente al produttore di camion Scania, venduta in due tranche (l’ultima pochi mesi fa) alla tedesca Volkswagen.

Come spesso viene ricordato dai numerosi esperti che si sono occupati dei Wallenberg, sono poche le famiglie di imprenditori che resistono oltre la terza generazione. Che sia una minore propensione agli affari rispetto al fondatore o una forte conflittualità tra gli eredi, da qualche parte il baco viene fuori. In questo caso, nulla di tutto questo è successo. Ovvio, le sorti dei Wallenberg hanno conosciuto vicende alterne, e non sempre fortunate. Ma alla fine sono ancora lì, inossidabili, pronti per il passaggio alla sesta generazione.

Il segreto del loro successo molti lo riconducono alla capacità di mettere i manager giusti al posto giusto. E di non aver avuto mai tentennamenti quando era ora di cambiarli, qualora non si fossero rivelati all’altezza della situazione. Sì, perché nelle società partecipate i Wallenberg, grazie ad un complicato meccanismo che regola le attività finanziarie in Svezia, detengono in molti casi la maggioranza dei voti in consiglio di amministrazione senza possedere la maggioranza delle azioni.

Ci sono poi una serie di altri meriti che vengono attribuiti a questa dinastia in circolazione nel paese scandinavo da più tempo rispetto alla casata dei Bernadotte, quella degli attuali regnanti di Svezia. Ottimi studi, lunghi tirocini nelle aziende partecipate, disciplina e sobrietà nello stile di vita non hanno mai fatto difetto a nessuno dei discendenti dei Wallenberg. Insomma, una famiglia molto low profile. Uno degli aspetti che più colpisce quando si parla di loro è che, nonostante l’immenso patrimonio, il loro nome non compare nella lista dei più ricchi di Svezia.

La loro fortuna, nel rispetto dell’archetipo del capitalismo protestante secondo cui il successo non è godimento personale ma è soprattutto responsabilità sociale, è blindata in un una fondazione no-profit obbligata per legge a donare circa l’80 per cento dei profitti alla ricerca e all’educazione. Forse è anche in questo aspetto che va cercata la longevità dei Wallenberg. Quanto mai significativa a questo proposito è una dichiarazione rilasciata qualche anno fa da Jacob Wallenberg, presidente di Investor: «Non possiamo sperperare il nostro patrimonio perché in realtà non ne siamo proprietari. Questo tuttavia non ci impedisce di distruggerlo».

Almeno finora quest’ultima ipotesi non si è mai profilata neppure lontanamente. Ognuna delle generazioni succedute a André Oscar Wallenberg ha dato il personale contributo al consolidamento  della fama di questa famiglia. Una fama che prescinde dalle loro ricchezze. Perché, e qui si impone una digressione, non tutti i Wallenberg sono stati finanzieri e industriali.

Il più celebre di tutti è infatti Raul, classe 1912, che negli anni 30 iniziò a lavorare senza infamia e senza lodi nelle filiali estere delle aziende familiari. La sua notorietà è legata agli eventi tragici del periodo nazista. Nel 1944, poco dopo l’invasione di Hitler in Ungheria, Raul viene inviato come attacché dell’ambasciata della neutrale Svezia a Budapest per salvare il maggior numero possibile di ebrei. Una missione che gli riuscì benissimo, ma da cui non fece più ritorno probabilmente arrestato a Lubjanka dall’Armata Sovietica perché sospettato di essere una spia americana.

Ma veniamo ai giorni nostri. L’ultima generazione dei Wallenberg è rappresentata da Marcus e Jacob. Entrambi nati nel 1956, i due cugini ricoprono cariche esecutive ai vertici della Investor e della SEB, oltre a sedere nei consigli di amministrazione di alcune delle società partecipate.

A loro il merito di essere entrati in aziende che operano in settori più giovani, come l’hi-tech. E’ sempre grazie a loro che Investor, da sempre concentrata sull’industria svedese, ha cominciato a guardarsi attorno a caccia di opportunità anche all’estero.

I due cugini non sono riusciti tuttavia ad evitare due delle critiche che vengono avanzate nei confronti della dinastia industriale più famosa della Scandinavia. Una è quella di detenere un eccessivo controllo sulle società partecipate, in virtù del potere dalle azioni A e B, le prime con spropositati diritti di voto rispetto al peso dell’investimento. La seconda, speculare, è che è inutile controllare un numero così elevato di aziende. Investor, quotata a Stoccolma, secondo molti esperti potrebbe avere performance migliori diventando un agile fondo di investimento.

Mentre queste questioni restano aperte, altre se ne sono aggiunte più di recente. L’interrogativo più grande al momento tra gli esperti riguarda la destinazione dei 17 miliardi di corone svedesi che i Wallenberg hanno incassato dalla recente vendita della quota in Scania.

Un’indicazione in questo senso è arrivata da Jacob Wallenberg, che ha espresso l’intenzione di continuare ad investire in società non quotate. Tendenza, quest’ultima, che si è affermata solo di recente. Negli ultimi anni, Investor ha trasferito il 20 per cento dei suoi asset verso società private, ma l’intenzione è di arrivare al 25 per cento.

Strategia assolutamente comprensibile, tanto più se letta alla luce delle tempeste azionarie degli ultimi mesi. Tempeste che non hanno risparmiato la famiglia Wallenberg. Nei primi nove mesi del 2008, la Investor ha accumulato perdite pari a 21,2 miliardi di corone svedesi contro profitti per 18,8 miliardi dello stesso periodo del 2007. Un motivo in più, dunque, per rivolgere lo sguardo fuori dai listini azionari.

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