da Uomini&Business (dicembre 2008)

Suona come un paradosso, ma a quanto pare la forte crisi economica che sta investendo la Gran Bretagna sembra aver rimesso di buonumore il primo ministro inglese nonché capo del partito Laburista, Gordon Brown. I commentatori politici d’oltremanica parlano di una trasformazione camaleontica dell’inquilino del numero 10 di Downing Street. E’ tornato a sorridere, fa addirittura battute di spirito. Il che lascia tutti interdetti: tra le tante qualità che vengono riconosciute non si è mai vista traccia del proverbiale sense of humor britannico.

E pensare che fino agli inizi dell’autunno, per lui suonavano solo campane a morto. A un anno e mezzo circa dalla sua nomina a primo ministro (giugno 2007), una carica agognata per circa 13 anni, l’eterno numero due di Tony Blair si è trovato ad affrontare una serie di cattive notizie che non finivano mai. La luna di miele con l’elettorato laburista, che da anni aspettava il cambio di guardia con il suo amico-rivale Blair, è infatti durata poco.

Sono in molti a sostenere che la vera maledizione di Gordon Brown sia stata la crisi della Northern Rock, l’istituto di credito erogatore di mutui che, nel settembre del 2007, chiedendo un prestito di emergenza alla Banca d’Inghilterra, scatenò il panico dei correntisti britannici. Di lì in poi è stato uno sfacelo. Lo scorso giugno, dopo la pesantissima sconfitta dei laburisti alle elezioni amministrative, la sua popolarità viaggiava sui minimi storici.

La comunità finanziaria gli rinfacciava l’incapacità di gestire la crisi bancaria. Una politica estera “timida” e una scarsa capacità di comunicare agli elettori erano le altre due più frequenti critiche avanzate nei suoi riguardi. Insomma, Mister Brown aveva tutti contro. Non solo i suoi detrattori, ma anche i suoi sostenitori ventilavano la necessità delle dimissioni. Ad un certo punto sembrava che per il premier britannico l’unica buona notizia fosse l’impossibilità di una sua sostituzione da parte del partito. Un altro premier non eletto, dopo la staffetta Blair-Brown, poteva rivelarsi l’ennesimo boomerang per i Labour già a corto di consensi.

Poi ad un certo punto tutto è cambiato. In peggio per l’economia, in meglio per il premier. L’ingresso dell’economia britannica in recessione e la prospettiva che la Gran Bretagna soffrirà in questo biennio di una forte crisi ha fatto risalire la sua popolarità tra i sudditi di Elisabetta II.

Chi meglio di lui che ininterrottamente per dieci anni è stato Cancelliere dello Scacchiere, in pratica il nostro ministro dell’economia, può guidare la nave britannica che viaggia in una tempesta mai vista? In un baleno, David Cameron, leader dei conservatori, ma anche David Miliband, attuale ministro degli esteri nonché suo principale antagonista in seno al governo, hanno perso vantaggio nei confronti di Brown.

Nato in Scozia 57 anni fa, figlio di un pastore presbiteriano

di modesti mezzi, Brown perse la vista a un occhio in un incidente da bambino. Dotato di una straordinaria intelligenza, entrò all’università a 16 anni. Finiti gli studi, fu eletto al parlamento nel 1983, lo stesso anno di Blair. I due dividevano lo stesso ufficio, stretti in un’alleanza politica di ferro. Dopo la morte improvvisa nel 1994 di John Smith, Brown venne additato come potenziale leader del partito, ma si fece indietro, lasciando la carica a Tony Blair. A lungo si è ventilata l’ipotesi di un patto tra i due stipulato al ristorante italiano di Islington (Londra), il Granita, con cui Blair promise di dare a Brown il completo controllo della politica economica in cambio della non intromissione nelle elezioni, e che in seguito Blair si sarebbe ritirato lasciando a Brown la carica di Primo Ministro, cosa che poi non accadde.

Brown, in ogni caso, ha fatto una sua carriera stellare come Cancelliere. Sotto la sua guida, l’economia del Paese ha conosciuto una fase di fortissima espansione, disoccupazione minima, tasse contenute, in particolare per le imprese, e il boom della City come centro finanziario mondiale. Il suo primo atto nel 1997 – dare l’indipendenza alla Banca d’Inghilterra, con il potere di stabilire i tassi di interesse – gli conquistò subito la fiducia degli operatori. Fedele alla tradizione laburista, non ha mai lesinato stanziamenti per sanità e istruzione, ambiti dove pure il boom del settore privato è stata la tendenza dominante degli ultimi anni. Con Blair, i motivi di scontro più forti sono stati le riforme del settore pubblico e l’ingresso della Gran Bretagna nell’euro, che il premier voleva entro la fine della sua permanenza a Downing Street, ma che è stato bloccato di fatto dal Cancelliere.

Se è vero che nessun ministro dell’economia ha vissuto sulla sua pelle una crisi economica di portata simile a quella attuale; è altrettanto vero che, come fa notare John Lloyd, una delle penne più note del quotidiano inglese Financial Times: «Brown conosce le persone che contano nei ministeri delle finanze di tutto il mondo, al Fondo monetario internazionale e alla Banca Mondiale, nelle segreterie dei governi, ai vertici delle grandi banche e delle grandi imprese. Non ha bisogno di conoscere i protagonisti, li conosce già e loro conoscono lui. E mentre il suo operato è oggetto di polemiche nel Regno Unito –  i conservatori gli rimproverano una spesa sconsiderata e la mancanza di riserve per gli aiuti in questa crisi – all’estero, dopo un decennio di forte crescita economica in Gran Bretagna, gode di alta reputazione».

In effetti, in piena crisi delle banche il piano britannico –  partecipazione statale parziale nei grandi istituti di credito per favorire l’accesso ai finanziamenti statali – è stato visto come un esempio da seguire. A malincuore anche l’ex ministro del Tesoro statunitense, il repubblicano Hank Paulson, si è trovato a imitare l’orientamento di un uomo di sinistra.

Detto questo, gli esperti si domandano se e fino a quando questo stato di grazia durerà. Troppo presto per dirlo. Di sicuro molto dipenderà dalla sua capacità di gestire i numerosi problemi che l’economia britannica si troverà ad affrontare nel corso dei prossimi mesi. La sua rimonta, come fanno notare alcuni dei suoi sostenitori, mostra che l’impopolarità di Brown del primo anno e mezzo di mandato non aveva motivazioni serie.

Riprendendo le parole di Lloyd sul Financial Times: «E’ vero che è apparso indeciso su alcuni temi, che sa essere legnoso in pubblico, soprattutto in televisione, che si dice che sia duro e addirittura sleale con i suoi ministri. Ma non ha fatto grossi errori, non è imputato di corruzione, ha lavorato sodo e seriamente, non rappresenta estremismi politici, nel privato ha mostrato rispettabilità. In tempi difficili, la gente, temendo gravi conseguenze, ha rivalutato Brown e lo trova rassicurante. Al momento sembra che Gordon Brown goda del beneficio del dubbio».

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