da Uomini & Business (novembre 2008)

Venticinque miliardi di dollari quest’anno. A tanto ammonta la linea di credito approvata da Washington per dare fiato alle sconquassate casse dell’industria automobilistica america. Ma basteranno per salvare General Motors, Ford e Chrysler da una crisi che dura da dieci anni, che negli ultimi mesi si è aggravata sotto il peso del caro-benzina e della crisi economico-finanziaria, e di cui al momento non si vede la fine?

La domanda continua a tener banco nelle sale di Wall Street e tra gli esperti del settore. E i tentativi di riposta spesso lasciano intravedere scenari terribili. Difficile d’altronde immaginare schiarite quando, mese dopo mese, i conti dei Big Three affondano sempre più in un mare di debiti e le vendite continuano a segnare flessioni mensili a due cifre.

La liquidità che il governo americano ha messo a disposizione di Detroit dovrebbe, almeno in teoria, consentire la realizzazione di una delle più grandi rivoluzioni nella storia dell’industria automobilistica americana: riconvertire la produzione di Suv e pick up (modelli tradizionalmente più richiesti dai consumatori Usa e i più profittevoli per i costruttori) in auto più piccole e con consumi ridotti. D’altronde è questo quello che chiede il mercato mondiale: oggi la nuova filosofia verde impone veicoli con maggiore efficienza energetica, gli unici che in questo momento (crisi permettendo) mostrano un minimo di vivacità.

Tutte e tre le case automobilistiche hanno già fatto i primi passi in questa direzione. Ma i risultati tardano ad arrivare. GM, per la gioia dei suoi azionisti e obbligazionisti, ha presentato di recente una nuova gamma di veicoli più piccoli e più efficienti. Nel frattempo, il gruppo guidato da Richard Wagoner sta cercando di disfarsi della Hummer, storico marchio che produce Suv. Lo stesso sta facendo la Chrysler, con la vendita di Viper. Ford, più veloce delle altre due, si è già disfatta dei suoi marchi di lusso Land Lover, Jaguar e Aston Martin.

Tutto bene, quindi? In teoria, sì. La direzione imboccata dai Big Three sembrava quella giusta. Poi, però ci si è messo l’imprevedibile: l’impennata del greggio e il crollo dei consumi complicato il tutto e le prospettive sono tornate a farsi buie.

Tra gli esperti c’è addirittura chi non esclude il peggio: nel 2009 – avvertono i gufi – c’è il rischio che uno dei tre costruttori sia costretto a far ricorso al Chapter 11. Il che, tradotto, significa bancarotta. Insomma, l’ipotesi che le quattro ruote americane possano fare la stessa fine delle compagnie aeree – che qualche tempo fa, sotto il peso dell’aumento del petrolio, sono state travolte da un’ondata di fallimenti – non è un’ipotesi remota.

Le cose per il mercato dell’auto americano non vanno bene già da parecchio tempo. Inefficienze, costi troppo alti, vendite traballanti, per di più concentrate sul mercato domestico a causa della scarsa propensione all’export avevano portato i costruttori a stelle e strisce a ripensare al loro modello di business, a falcidiare le spese e vendere gli asset non redditizi, ma anche a cercare nuove fette di mercato all’estero. Con la concorrenza dei gruppi asiatici sempre più serrata, il prezzo della benzina salita alle stelle e la crisi finanziaria che sta mettendo in ginocchio i consumi americani, quella che era una priorità è diventata nel giro di qualche mese un’urgenza inderogabile.

Ironia della sorte, a tradire la grande industria di Detroit è proprio il mercato nordamericano. E’ infatti proprio in casa che si consuma il vero dramma dei Big Three: qui le case americane si sono viste strappare una buona grossa fetta di mercato dai produttori asiatici, che nel frattempo hanno scavalcato le classifiche mondiali dei maggiori costruttori fino a piazzare lo scorso anno la Toyota al primo posto della classifica mondiale.

Il modello di business della casa giapponese – basato su una produzione snella, individuazione degli sprechi, assenza di magazzino e rapida evasione degli ordini – si è rivelata una delle sue chiavi di successo planetario. Questa cultura imprenditoriale ha permesso inoltre ai giapponesi di essere molto aggressivi nell’individuazione di nuovi modelli e di svolgere un ruolo di pioniere nell’auto ibrida, quella con motore misto benzina-elettricità.

Per avere una situazione più chiara di quello che sta succedendo nell’industria americana delle quattro ruote, basta guardare indietro alla scorsa estate: a luglio GM, Ford e Chrysler messe insieme detenevano solo il 43 per cento del mercato degli autoveicoli statunitense contro il 49 per cento in mano ai concorrenti asiatici (Toyota, Honda, Nissan…). Esclusi i veicoli commerciali, la situazione diventa ancora più grigia: la quota di mercato scende addirittura al 32 per cento. Certo, di questi tempi anche gli asiatici hanno ben poco da stare allegri con le immatricolazioni in forte flessione.

A dispetto dei piani di dismissione, tagli del personale e chiusura di impianti, la maggior parte degli azionisti si chiede fino a quando i costruttori di auto Usa potranno andare avanti con le casse così vuote. La situazione più preoccupante è quella della General Motors, che dal 2007 ha perso qualcosa come 57,5 miliardi di dollari. Non se la passa bene neanche Ford, che invece da inizio 2006 ha perso 21 miliardi di dollari. A rendere l’ipotesi della bancarotta come l’unica via percorribile per far fronte ai problemi finanziari di Detroit c’è poi l’annoso problema dei fondi pensione e assicurazioni per la malattia per le quali le società hanno accumulato un tale debito che va a pesare per 1.500-1.800 dollari per ogni veicolo.

Da questo punto di vista, lo scorso anno un’apertura da parte dei sindacati ad abbassare i costi c’era stata. Allora, alla luce anche degli sforzi compiuti di ristrutturazione, c’era stata la percezione che il peggio fosse alle spalle. Non è stato così. Prima che si intravedessero i primi segnali di miglioramento ci si è messa di mezzo l’impennata della benzina. Poi la crisi finanziaria, il crollo della fiducia dei consumatori. E la prospettiva di una recessione. Insomma, ai già noti problemi del settore se ne sono aggiunti altri che investono tutti i comparto indistintamente. Le stime di Standard and Poor’s della scorsa estate indicano che nella migliore delle ipotesi quest’anno le vendite in America di autoveicoli (esclusi quelli commerciali) scenderanno a 14,2 milioni (dai 16,1 milioni dello scorso anno) e si manterranno stabili su questo livello anche il prossimo.

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