da Uomini&Business (ottobre 2007)

Negli ambienti della moda, Alessandra Facchinetti passa per essere una vera stakanovista. Nelle ultime sfilate milanesi, pare sia stata in piedi tutta la notte a sistemare, insieme ai suoi collaboratori, la vetrina di un negozio nel centro di Milano, in cui era esposta la linea Gamme Rouge dei piumini Monclair di cui è la designer.

Certo, quello di Gamme Rouge sarà un impegno marginale rispetto a quello che l’aspetta nei prossimi mesi. La trentacinquenne bergamasca, figlia di Roby Facchinetti dei Pooh, è stata nominata l’erede ufficiale di Valentino. Toccherà a lei disegnare la collezione femminile del marchio storico dell’alta moda italiana, dopo il recente addio alle passerelle del celebre stilista Valentino Garavani. Il battesimo ufficiale è previsto a marzo, quando debutterà sulle passerelle parigine con la collezione dell’autunno-inverno successivo. Fino ad allora, c’è da scommettere che la “dark lady” della moda, come viene chiamata per il suo look total black, continuerà a restare in ombra.

“La signora Facchinetti non rilascia interviste”, dicono da Via Turati, sede milanese di Valentino Fashion Group. E questa pare sia la linea almeno fino a quando andrà sulle passerelle l’ultima collezione di alta moda firmata dal maestro della couture internazionale.

La sua nomina, fortemente voluta da Matteo Marzotto, non è stata immune da polemiche. Pare infatti che nella scelta dei candidati, Valentino non abbia avuto voce in capitolo. In una recente intervista al Time, lo stilista non aveva fatto misteri sul fatto che al suo posto avrebbe visto bene: “Tom Ford, Alexander Mc Queen e Nicolas Ghesquiere, lo stilista di Balenciaga”.

Con buone probabilità al signor Garavani il fatto di non essere stato coinvolto dal management nella scelta del suo erede è stato un boccone amaro da digerire. “La signora Facchinetti? Non la conosco”, ha commentato con i giornalisti nel back stage delle ultime sfilate di Parigi. “Ma spero che faccia onore al mio nome, mi dicono che sia una professionista con il sale in zucca. Certo, si è presa una bella patata bollente, ma le lascio un archivio sconvolgente. Non le sarà difficile fare delle belle collezioni”.

Frecciatine a parte, alla fine Alessandra Facchinetti è riuscita ad aggiudicarsi il titolo di prima stilista della maison, sbaragliando i suoi concorrenti. Tra i candidati, c’erano anche Gianbattista Valli, l’israeliano Alber Elbaz, stilista di Lanvin, l’americano Zac Posen e lo stesso Tom Ford, che la stilista aveva sostituto in Gucci.

Nonostante la giovane età, la Facchinetti ha di certo un curriculum robusto. Nata a Bergamo il 2 giugno del 1972, si è diplomata all’istituto Marangoni di Milano. I primi passi nella moda li muove nell’ufficio stile di Miu Miu, del gruppo Prada, dove fa il suo ingresso ventiduenne e ci rimane per sette anni. Nel 2001 entra a far parte della maison Gucci sotto la direzione creativa del texano Tom Ford. Ed è proprio nella casa delle “doppia G” che la sua carriera segna una svolta. Tre anni dopo, quando Ford lascia Gucci, a lei viene affidato il compito di disegnare la collezione donna della società, affiancata da John Ray, stilista della linea uomo, e da Frida Giannini per gli accessori.

Ma la sua esperienza in Gucci dura poco. Dopo appena due collezioni, nel 2006, per “divergenze interne con il management” del nuovo proprietario, il gruppo francese Pinault Printemps Redoute, viene sostituita dalla Giannini, che poi prenderà anche il posto di Ray, diventando il capo di tutto lo stile Gucci.

Per Alessandra si apre un periodo difficile. Tutti sanno che è stata fatta fuori perché il gruppo Gucci, sotto il controllo di Pinault, le preferisce Frida. Da allora, la dark lady della moda passa a Monclair, con il compito di creare una nuova linea di piumini lussuosissimi. Compito che svolge con grande apprezzamenti e che l’ha fatta tornare in auge.

Grandi occhi azzurri, bellezza esile, sempre sui tacchi a spillo, Alessandra non si è mai tirata indietro davanti alle nuove sfide. Chi la conosce ne parla come una persona timida, poco interessata alla vita mondana. A lei ora il compito di traghettare la storica maison del lusso in una nuova era. Quella che vede come nuovo proprietario del marchio il fondo di private equity Permira.

Quello di Permira è l’ultimo capitolo di un periodo piuttosto movimentato per Valentino, che nell’ultimo decennio ha attraversato tre cambi di proprietà. Tutto comincia nel 1998, quando il couturier Valentino e il suo socio storico Giancarlo Giammetti vendono per 540 miliardi delle vecchie lire il gruppo alla Hdp, conglomerata in parte controllata dalla famiglia Agnelli.

In pochi anni, sotto la rovinosa gestione Romiti, la società si trova ad un passo dal fallimento. Le sue sorti vengono ribaltate nel 2002, quando la casa del lusso viene ceduta al gruppo tessile Marzotto. Rilevata per 40 milioni di euro (esclusi i 200 milioni di indebitamento), la nuova proprietà dà il via ad un processo di riqualificazione, che ha fatto scuola nel comparto del lusso degli ultimi anni: dal risultato netto negativo di 36 milioni di euro del 2002, Valentino registrava utili per 20 milioni di euro nel 2005.

Nello stesso anno parte una nuova fase. Sotto la presidenza di Antonio Favrin, la Marzotto decide di separare i due business del gruppo: tessile e  moda. E’ allora che nasce Valentino Fashion group, un ombrello sotto il quale vanno a finire i grandi marchi della moda in mano alla società: oltre a Valentino, Hugo Boss, Marlboro Classic e M Missoni. Il nuovo gruppo, sempre nel 2005, approda a piazza Affari. La nuova compagine azionaria, decisamente articolata, mostra un’azienda con due anime, una finanziaria, rappresentata da Favrin e Dario Segre (Canova partecipazioni), e l’altra industriale, rappresentata da alcuni componenti della famiglia Marzotto.

Nessuno dei due schieramenti – ciascuno al 30 per cento circa del capitale – è però in grado economicamente di defenestrare l’altro. La soluzione arriva la scorsa primavera. Approfittando dell’impasse, si fanno avanti i fondi di private equity internazionali. L’americano Carlyle e l’inglese Permira si contendono la griffe a suon di rilanci e alla fine ha la meglio il fondo d’oltremanica che – dopo il lancio di un’offerta pubblica di acquisto – oggi controlla circa l’85 per cento del capitale di Valentino. Una quota di minoranza, circa il 12 per cento, è invece nelle mani di una parte della famiglia Marzotto, quella che fa riferimento alla Tidus.

Per la maison inizia una nuova fase. Sulla durata della nuova era Valentino è difficile fare previsioni. L’esperienza degli ultimi anni mostra come i fondi di private equity siano interessati a spremere il più possibile le loro prede, per poi rimetterle sul mercato. Qualora fosse questo il destino della griffe italiana, di sicuro le società interessate a rilevarla sarebbero più di una. Negli ambienti finanziari milanesi si vocifera di un interesse nei confronti di Valentino di grossi nomi del lusso, come Lvmh o Ppr. E chissà che magari non si faccia avanti anche qualche gruppo italiano.

Ma questo è il futuro. Il presente di Valentino ha una proprietà dall’impronta finanziaria e una giovane donna di 35 anni che  dovrà mostrare al mondo della moda di riuscire a maneggiare “la patata bollente” senza scottarsi.

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