da Uomini&Business (settembre 2008)

Da petroliere ad ambientalista. Così potrebbe essere sintetizzata la parabola di Thomas Boone Pickens, uno dei raider americani più temuti negli anni Ottanta, considerato l’erede naturale di John D. Rockfeller (fondatore della Standard Oil nel 1870). Il suo immenso patrimonio, che la rivista americana Forbes stima attorno ai 3 miliardi di dollari, lo ha fatto acquisendo e rivendendo compagnie petrolifere. Ma negli ultimi anni, l’ottantenne magnate americano si è lanciato in un nuovo business, quello delle energie alternative. Dietro la conversione, neanche a dirlo, c’è l’odore di bigliettoni verdi. «Non credere che io sia diventato un verde», rispondeva qualche tempo fa ad un giornalista della rivista americana Fortune che gli chiedeva i motivi all’origine del suo cambio di strategia. «E’ che, parliamoci chiaro, il petrolio sta per finire. E i veri soldi, in futuro, si faranno solo con le fonti alternative».

Difficile dargli torto. L’acqua, al pari del petrolio, è diventa negli ultimi anni una merce sempre più rara. L’assottigliamento delle riserve idriche è tale che, secondo l’Ocse, entro il 2030 quasi metà della popolazione mondiale vivrà in zone «ad alta tensione per insufficienza di acqua potabile». Conseguenza inevitabile di tale fenomeno è che, come prospetta più di un esperto, quello che al momento è un bene che nella maggior parte dei paesi ricchi è distribuito gratuitamente, diventerà presto un bene a pagamento.

Queste considerazioni non sono certo sfuggite a T. Boone Pickens che, tramite la sua società Mesa Water, si è messo a comprare negli Stati Uniti terreni ex-demaniali con relativi diritti di sfruttamento delle sottostanti falde acquifere. Tali acquisizioni, che vanno avanti da circa un decennio, rendono Pickens il maggiore proprietario terriero nonché il più grande proprietario di acqua d’America.

Per avere un’idea del business enorme in cui si è lanciato l’ex petroliere si pensi che, secondo Business Week, la città di Dallas, che conta oltre un milione di abitanti, potrebbe tra non molti anni trovarsi nelle condizioni di dover comprare l’acqua dalle riserve di Mr. Pickens. «Ci sarà un mercato sempre più vasto – dice il miliardario americano – di gente disposta a pagare caro per avere l’ acqua. E quelli che avranno l’acqua fisseranno il prezzo. Questo è il business del futuro».

Nella corsa all’oro blu, Pickens non è solo. Anche la multinazionale petrolifera Royal Dutch Shell e la Nestlé stanno facendo incetta di terreni rurali statunitensi con lo stesso obiettivo: accaparrarsi l’accesso a falde acquifere che potranno trasformarsi in macchine da soldi.

A fianco all’acqua, l’altra risorsa su cui il magnate americano originario dell’Oklahoma punta con decisione è il vento. Pickens ha di recente dato il via ad un mega progetto nell’eolico. Con un investimento previsto di 10 miliardi di dollari, l’ex petroliere vuole creare nel Texas la più grande wind farm del mondo: 200mila acri (pari a 81mila ettari) in una delle aree più ventose del mondo. Per ora, Pickens ha piazzato il primo ordine di 660 turbine alla General Electric e conta di piazzarne altre 2.700 entro il 2011, per una produzione stimata di 4mila megawatt, sufficiente ad alimentare di energia una città di un milione di abitanti.

Ora, se è vero che l’energia pulita è diventata l’ultimo settore in cui vuole imporsi il tycoon statunitense; è altrettanto vero che Pickens continua a non disdegnare le operazioni finanziarie, in cui dimostra di avere un grande fiuto.

Negli ultimi mesi il suo nome è saltato fuori in una delle più importanti operazioni che stanno tenendo banco a Wall Street: la scalata di Microsoft a Yahoo!. Con l’acquisizione di un pacchetto di minoranza del motore di ricerca, Pickens si è lanciato nella partita affiancando il finanziere Carl Ichan, anche lui entrato di recente nella società Internet.

Che sia new o old economy, la tecnica di quest’ottantente dalla tempra robusta è sempre la stessa, quella affinata in tanti anni di scorribande sui mercati finanziari: comincia comprando una quota di minoranza e finisce con l’avere in pugno l’azionariato.

Si pensi a Yahoo!. Con una piccola partecipazione a testa nella società rivale di Google, Ichan e Pickens hanno ingaggiato due parallele proxy fight, ovvero quella che in gergo finanziario si traduce in “battaglia di deleghe” per defenestrare il consiglio di amministrazione in carica. L’obiettivo finale è portare dalla loro parte il maggiori numero di azionisti per poter imporre il loro management. A quel punto, sarebbero loro a dirigere il gioco.

Quale sarà la sorte di Yahoo!, nel momento in cui scriviamo è difficile dirlo: di sicuro le tecnica per accaparrarsi quello che vuole, attraverso giochi di astuzia, questo spregiudicato raider americano l’ha affinata a lungo nella sua altrettanto lunga carriera.

Il suo colpo magistrale lo sferra nel 1983, quando con la sua Mesa Petroleum, società petrolifera che aveva fondato a Dallas nel 1956, riesce ad aggiudicarsi la Gulf Oil, una società venti volte più grande della sua. Come? Prima, mettendo un piede nella società con l’acquisizione di una piccola quota. Successivamente, approfittando delle difficoltà attraversate allora dall’azienda e dei forti disaccordi tra gli azionisti, lancia un’Opa ostile riuscendo in quella che nella sua autobiografia Pickens definisce «la più grande operazione della mia vita». Rimessa in sesto, la Gulf Oil venne rivenduta due anni dopo alla Chevron.

La fetta di profitti che riuscì a ritagliarsi in quell’operazione dal valore di 13,7 miliardi di dollari nessuno è in grado di dirlo. Di sicuro c’è che la Gulf Oil rappresenta l’inizio di un ciclo di colpi ben assestati che gli faranno guadagnare nel 1985 la copertina del Time: Pickens con un mazzo di carte da pocker in mano, aspetta la mossa dell’avversario. Titolo del servizio: The takeover game.

In ogni caso, dopo aver ceduto il suo “trofeo” alla Chevron, Pickens va all’attacco della Unocal e, successivamente, sarà la volta di Phillips Petroleum. Il gioco di acquisto-risanamento-vendita si ripete fino agli anni ’90. E’ allora che T. Boone cambia strada. Il nuovo corso è ambientato sempre nei dintorni dei pozzi petroliferi, ma la sua prospettiva cambia: non più industriale ma puramente speculativa.

Liquidata la Mesa, nel 1997 crea la Bp Capital Management, un fondo di cui possiede il 46 per cento del capitale e che, a sua volta, controlla due hedge funds, Capital Commodity e Capital Equity, entrambi specializzati in investimenti in petrolio e gas.

Anche in questo caso, Pickens non manca di mostrare il suo talento. Lo scorso anno è stato il manager di hedge fund che ha guadagnato personalmente di più al mondo con 1,7 miliardi, piazzandosi davanti a George Soros. Il grosso dei ritorni arrivano da investimenti sul mercato dei future sul greggio e in azioni di società petrolifere. Al pari del miliardario Warren Buffett, Pickens è considerato una sorta di oracolo. La sua specialità, neanche a dirlo, è l’oro nero. Le sue previsioni anticipano con una mira infallibile l’andamento del prezzo del petrolio. Aveva previsto che entro fine 2007 il greggio avrebbe toccato quota 100 dollari. E così è stato. Ora si aspetta il raggiungimento di quota 150 dollari entro l’autunno. Si accettano scommesse.

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