da Uomini&Business (luglio 2008)

L’ultimo suo magistrale colpo l’ha messo a segno lo scorso anno, entrando nel capitale della Carrefour, seconda catena della grande distribuzione al mondo. Una mossa a sorpresa, che nessuno si aspettava e che ha lasciato di sasso gli analisti.

Il fatto che Bernard Arnault, numero uno della LVMH, avesse intenzione di allargare il suo business a quello dei supermercati, anni luce lontano dal mondo del lusso su cui ha costruito la sua fortuna, è arrivato come un fulmine a ciel sereno. Mentre il suo concorrente storico, Pinault, continua a dismettere partecipazioni nella grande distribuzione, lui sembra aver imboccato la strada contraria.

Certo, fin dall’inizio della sua carriera, Arnault non hai mai fatto mistero su quale sia la molla che lo spinge a mettere a segno acquisizioni: fare profitti. E’ possibile dunque che dietro la più grande insegna della grande distribuzione francese, di cui oggi è il primo azionista in cordata con il fondo Colony Capital, abbia intravisto un sistema per incrementare il già cospicuo patrimonio personale, che al momento ammonta a 26 miliardi di dollari. Una cifra che lo rende il più ricco uomo francese nonché il tredicesimo nella lista mondiale dei miliardari stilata dalla rivista americana Forbes. C’è chi scommette che più che al business della grande distribuzione, lui sia interessato al grande patrimonio immobiliare del gruppo, valutato intorno ai 20 miliardi di euro.

Ad ogni modo, all’artefice del più gruppo conglomerato al mondo del lusso, il fiuto per gli affari non ha mai fatto difetto. Se il grosso della sua fortuna gli arriva dalla quota in LVMH, che controlla marchi come Dior, Louis Vuitton, Fendi, Dom Perignon e Tag Heuer, negli anni Arnault ha lavorato sodo per allargare il giro d’azione. Oggi, tramite la sua holding (gruppo Arnault) ha – tra le altre – partecipazioni nella distribuzione (le Bon Marchè, Sephora) nel turismo (Go Voyages) e nei media.

In quest’ultimo campo ha di recente dato prova della forte tenacia che lo caratterizza. Intenzionato a mollare il colpo con il quotidiano economico La Tribune, che in solo due dei tredici anni di proprietà gli aveva assicurato profitti, lo scorso anno Mounsieur Arnault si è lanciato in una sfida molto ardita: mettere le mani sull’altro quotidiano economico francese, Les Echos, rilevandolo dall’inglese Pearson (il gruppo che ha la proprietà del Financial Times). I negoziati, che si sono scontrati con la forte resistenza dei giornalisti alla nuova proprietà, hanno aperto una crisi nella stampa d’Oltralpe che non si vedeva da decenni. Sul tavolo delle trattative era finita l’indipendenza della testata. I giornalisti, sul piede di guerra per mesi, sollevarono la questione del forte conflitto di interessi inevitabile tra l’informazione pubblicata nelle colonne del giornale e le numerose attività dell’uomo d’affari francese. Per non parlare poi dei suoi forti legami con le alte sfere della politica francese, ed in particolare con il presidente Nicolas Sarkozy, di cui Arnault fu testimone di nozze nel matrimonio con Cécilia Ciganer-Albéniz. Ma alla fine il “papa del lusso”, come viene definito, è riuscito ad avere la meglio. Con un esborso di 240 milioni di euro, una cifra superiore alla valorizzazione del giornale, lo scorso dicembre Arnault ha incrementato le sue partecipazioni nel settore dei media, aggiungendo a Investir e Radio Classique, il più grande quotidiano economico francese. Per ottenere il via libera dell’Antitrust, Arnault ha messo in vendita il concorrente La Tribune.

Per quanto costellata da successi, la lunga carriera di Arnault non è esente da fallimenti. La più cocente sconfitta l’ha incassata dal suo più acerrimo nemico, Francois Pinault, che nel 1999, dopo una lunga battaglia, riesce a soffiargli il controllo della griffe fiorentina Gucci. Un boccone difficile da digerire per Arnault che si vedeva battuto da un principiante (fino ad allora Pinault era concentrato su altri business, soprattutto la grande distribuzione) su un terreno, quello del lusso, su cui era leader incontrastato. Tra i due c’erano già stati dei momenti di tensione: Arnault soffriva all’idea che Pinault avesse comprato la casa d’aste Christie’s. Ma fu solo con l’affare Gucci che lo scontro tra i due titani divenne più acuto. Rivali, ma anche con molti punti in comune, i due predatori francesi hanno più di un aspetto in comune. Entrambi si sono fatti strada ispirandosi al capitalismo britannico; entrambi hanno lottato strenuamente contro un establishment che li ha accettati solo dopo che avevano fatto fortuna.

Nato nel nord della Francia a Roubaix, il 5 marzo del 1949, Arnault ha alle spalle una famiglia di imprenditori. Suo padre, Jean, è proprietario di un’azienda, la Ferret Savinel, che svolge le sue attività nel settore dei lavori pubblici. Dopo la laurea in ingegneria presso il prestigioso Polytechnique, Bernard inizia a lavorare presso la società di famiglia e presto convince suo padre a concentrarsi nelle attività immobiliari. Nel ‘78 prende le redini dell’azienda, ma due anni dopo, subito dopo l’elezione di Francois Mitterand a presidente della Repubblica francese, decide di trasferirsi con moglie e figli negli Stati Uniti. Sono i primi anni Ottanta a segnare la grande svolta di Arnault. Grazie ad una sovvenzione statale e con la promessa di non licenziare, il giovane imprenditore d’Oltralpe rileva la Boussac, un gruppo tessile in forte crisi il cui fiore all’occhiello è Dior.

Ma il colpo grosso arriva qualche anno dopo. Nel 1989, viene chiamato a rafforzare l’azionariato di LVMH. Il gruppo creato nel 1987 con la fusione di Louis Vuitton, un’impresa specializzata negli accessori di moda fondata nel 1834; e Moet Hennessy, un’azienda specializzata nei vini e alcolici creata nel 1971, soffre di disaccordi profondi intervenuti tra le due parti. Sostenuto dalla banca Lazard, e approfittando del basso livello delle quotazioni, Arnault lancia un’Opa sul gruppo diventando azionista di maggioranza. Con Arnault alle redini, la società , dopo numerose acquisizioni, diventa leader mondiale del lusso superando l’elvetica Richemont. Una posizione che tutt’ora mantiene intatta grazie ad un portafoglio di più di 60 brand.

La tattica è sempre la stessa, prendere il controllo di grandi marchi della moda per rilanciarli. Preferibilmente in momenti di crisi, in modo da comprarli a saldo. Finora il metodo ha funzionato. Un mix sapiente di strategie di marketing, stile innovativo ed un forte controllo della distribuzione dei prodotti, hanno trasformato Louis Vuitton e Dior in due potenti macchine da soldi, che poco risentono dei momenti di crisi economica.

Sposato due volte, cinque figli (di cui due, Antoine e Delphine siedono nel board di LVMH), Arnault ama poco la vita mondana. Alle feste preferisce le opere d’arte di cui è grande collezionista. La sua passione lo ha portato a lanciare il progetto della Fondazione Louis Vuitton per l’arte contemporanea che sarà inaugurata nel 2010. Oltre all’arte, non nasconde l’amore per il pianoforte. Un passatempo che condivide con l’attuale moglie, Hélène Mercier, un’elegante signora canadese, pianista di professione.

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