da Uomini&Business (luglio 2008)

All’inizio c’era una boutique in via del Corso a Roma con l’insegna Energie. Il suo pezzo forte erano i jeans. Potrebbe cominciare così la storia di Sixty, gruppo della moda che in meno di vent’anni è riuscito ad imporsi nel segmento dello sportswear fino a diventare il numero due in Italia nel suo settore alle spalle della Diesel di Renzo Rosso.

Dagli esordi a oggi il volto dell’azienda ha modificato i suoi connotati. Il denim c’è e resta sempre uno dei capi di punta dell’intera produzione. Ma alle collezioni più sportive e focalizzate sul popolo dei teenager, che hanno fatto da padrone nei primi anni, si sono affiancate nuove linee sempre più ricercate e trasversali, ben rappresentate dal marchio di punta Miss Sixty.

La conferma dell’evoluzione sempre più glamour arriva dalla new entry di casa Sixty. Dopo mesi di indiscrezioni, il gruppo si è aggiudicato Roberta di Camerino, storica maison della moda, nota per le sue le borse colorate con il marchio R. «Ci è sembrata una grande opportunità. E’ una società che ha ispirato molti designer, e dispone di un archivio straordinario. Detto questo siamo nati con il jeans e non rinneghiamo le nostre origini. La moda in questi anni ha subito una profonda trasformazione. E noi ci siamo adeguati» ci racconta Renato Rossi, amministratore delegato del gruppo.

E se la moda si è trasformata, un po’ dell’evoluzione di questi ultimi anni è anche merito loro. «Il nostro successo è stato osare, lì dove gli altri concorrenti facevano cose più normali», continua Rossi ricordando gli inizi. «Con Miss Sixty siamo stati i primi ad introdurre sul mercato i jeans da donna. Prima erano solo unisex».

Una strategia, quella dell’innovazione, che finora sembra aver dato i suoi frutti. Oltre alle strategie aziendali, è fuori dubbio che dietro il successo di Sixty c’è l’incontro fortunato tra lo spirito artistico di Vichy Hassan, presidente e direttore creativo del gruppo, e le doti manageriali di Renato Rossi, amministratore delegato, entrambi proprietari della società. Due professionisti dalla formazione quanto mai distante il cui matrimonio, formalizzato nel 1989 con la nascita del gruppo, appare oggi quanto mai riuscito.

Nato in Libia, una laurea in lingue, Hassan si trasferisce a Milano con la famiglia nel ’67. Di giorno lavora e di sera frequenta l’Accademia di Brera con l’idea di diventare pittore. Un sogno che abbandona, qualche anno dopo, per dedicarsi a tempo pieno alla moda. I primi sono anni di pura gavetta. Hassan inizia, partendo dal basso, come commesso in un negozio di abbigliamento. Poi sale ai piani alti, finché nei primi anni ’80 apre a Roma il suo primo negozio. Quando incontra per la prima volta Renato Rossi, ingegnere e già imprenditore nella moda, la partnership è subito creata: Renato vede i bozzetti di Vichy e lo incoraggia a sviluppare ulteriormente la propria collezione. I due trasformano Energie in un marchio internazionale, dando così inizio alla loro avventura imprenditoriale. L’associazione tra i due fondatori si è rivelata positiva anche negli anni seguenti. Subito dopo Energie, è nata Miss Sixty. Poi è stata la volta di Sixty, Murphy&Nye, Killah, RefregiWear, Richlu e Baracuta.

«Vendevamo capi diversi che andavo a scovare negli Stati Uniti o in Inghilterra», ricorda Hassan. Da allora non ha mai smesso di viaggiare: esplora i mercatini, le discoteche, le periferie delle grandi città, dove nascono le nuove tendenze. Capire queste novità in anticipo fa parte di una precisa strategia del gruppo, che continua ad investire molto sui ragazzi. Per alimentare la curiosità, Hassan ora si è lanciato anche nei gioielli. L’ultimo segmento in cui la società ha allargato i propri confini attraverso una licenza con Morellato, dopo che negli anni scorsi è stato portato avanti con convinzione un processo di diversificazione negli accessori.

Oltre ai gioielli, l’azienda si è affidata a Marcolin per la produzione di una linea di occhiali con il marchio Miss Sixty. Poi c’è una linea per i bambini, i profumi, le borse, l’intimo e i costumi. Come se non bastasse, la società ha allargato anche i suoi orizzonti all’hotellerie con l’apertura del primo albergo a 4 stelle a Riccione.

Mentre l’estro creativo di Hassan prende sempre nuove forme, Renato Rossi procede nel consolidamento del gruppo. I capi sono distribuiti in oltre 7 mila multibrand in 100 paesi del mondo. I negozi con le insegne dei loro marchi sono invece 480. E per il prossimo anno l’obiettivo è di aggiungerne altri 30, tra cui Buenos Aires, Mosca, Mumbai, Valencia, Kyoto e Toronto. Supportata dall’espansione dei punti vendita, la società conta di raggiungere quest’anno un fatturato di 720 milioni di euro, in aumento rispetto ai 690 milioni raggiunti lo scorso anno, quando la crescita era stata del 6 per cento. Entro il 2010 il traguardo è di 860 milioni. In termini di marchi, a fare la parte del leone è Miss Sixty, le cui collezioni generano il 35 per cento del fatturato totale. Al momento il grosso delle vendite arriva dall’abbigliamento, che contribuisce all’85 per cento del totale. Ma quel 15 per cento degli accessori dovrebbe, almeno nei piani dell’azienda, estendersi sempre di più. La recente apertura a Madrid del primo negozio completamente dedicato agli accessori apre la via ad un nuovo modello di business, sempre più total look.

E se “diversificazione” appare la leva su cui spingere per crescere ulteriormente, anche l’espansione nei paesi emergenti è diventato un elemento cruciale. Negli ultimi anni, la crescita fuori dai confini nazionali ha privilegiato gli Stati Uniti. Ma Cina, India e Giappone sono diventati sempre più cruciali. «Quello americano è un mercato difficile dove il nostro approccio ha pagato: ci siamo mossi con cautela, con progetti mirati, privilegiando gli occhiali, i profumi, le scarpe. Ora la debolezza del dollaro ci sta creando problemi, ma questo non ci impedisce di continuare a investire», sottolinea Rossi guardando al futuro. «Nei prossimi anni vogliamo concentrarci in Cina e in India: al contrario delle nostre attese, in questi paesi c’è un grande interesse e richiesta per i prodotti di fascia più alta. I due giganti emergenti comunque non sostituiranno gli Stati Uniti come mercato di riferimento per l’abbigliamento». Crisi permettendo.

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