da Uomini & Business (marzo 2008)

Da aspirante hacker a imprenditore nel settore della pelletteria. Due mondi molto distanti, ma che Marco Palmieri, fondatore, presidente e amministratore delegato di Piquadro, società bolognese produttrice di borse e cartelle professionali di design e quotata a Piazza Affari, è riuscito ad avvicinare. Il suo pallino per l’informatica, che lo aveva portato ad iscriversi alla facoltà di ingegneria, si è trasformato in uno dei leitmotiv della sua azienda: innovazione. La passione per la pelletteria è invece nata per caso. “Negli anni Ottanta, durante gli anni dell’università, per racimolare un po’ di soldi vendevo insieme ad un mio amico articoli in pelle. Era il periodo in cui andavano molto le cinture”. Di lì, l’idea a ventidue anni di aprire un laboratorio per produrle. “Era un prodotto per la cui lavorazione non era richiesto un grande know-how”. Siamo nel 1987 e i due amici danno vita ad un laboratorio che, nei dieci anni successivi, lavora in conto terzi per alcune prestigiose aziende del settore. Ma al ragazzo ribelle, come si autodefinisce, il laboratorio andava un po’ stretto. “Le cose andavano bene”, racconta. “Non è che non guadagnassimo abbastanza. E’ che avevo altri sogni. Aspiravo a lanciare sul mercato un marchio mio”.

Nel 1998, poco più che trentenne, Palmieri decide che è arrivato il momento di camminare da solo. Il suo amico, questa volta, non lo segue nell’avventura. “Mi disse: tu sei matto. no, grazie. Ti vendo la mia quota e mi assumi”. E così è stato.

La decisione di entrare in un segmento di nicchia, come quelle delle borse tecniche (cartelle professionali, portacomputer, ecc), nasce da un’attenta analisi del mercato. “Non potevamo entrare nel segmento delle borse da donna. Era troppo affollato. E poi quello delle cartelle professionali era un segmento molto più affine al mio mondo del trade business”, racconta.

Finora, l’intraprendenza di quel ragazzo con la passione per l’informatica, i libri di matematica e il motocross è stata premiata. La Piquadro è un’azienda sana, in forte crescita, ancora di piccole dimensioni (36 milioni di euro) rispetto ad altri player del settore, ma che ha tutte le carte in regola per crescere.

Per finanziare i numerosi progetti di sviluppo, lo scorso anno, l’industriale bolognese ha fatto il grande passo: accompagnare il suo  gruppo a piazza Affari. Sul mercato è finito il 35 per cento del capitale della società, mentre il restante 65 per cento resta saldamente nelle sue mani.

Prima della Borsa, i precedenti compagni di viaggio, che hanno dato sostegno finanziario ai progetti degli ultimi anni, sono stati due fondi di private equity (Development Capital e Bnl Investire Impresa). Ma, come si sa, i partner finanziari durano poco. Giusto il tempo di monetizzare l’investimento.

A dieci anni dall’inizio dell’avventura, Marco Palmieri ha ora un altro sogno: rendere il suo marchio “un brand globale”. Oggi l’80 per cento delle vendite di Piquadro vengono realizzate in Italia attraverso una rete distributiva composta da 245 corner e 16 boutique monomarca ma le sue ambizioni guardano all’estero, dove l’azienda è già presente con 49 corner e 12 boutique monomarca. Poco interessato al mercato statunitense, dove la Piquadro è assente (“ora, poi, con la crisi dei consumi, meglio stare alla larga”) le sue ambizioni sono quelle di crescere soprattutto in Russia, Cina e India, “dove –  dice – ci sono margini alti”.

Dietro il successo della Piquadro, che trova chiara conferma nel bilancio aziendale (+30 per cento il progresso medio annuo del giro d’affari negli ultimi cinque anni), c’è un’enorme lavoro sul prodotto. Forte attenzione al design e utilizzo di materiali leggeri tecnologicamente all’avanguardia sono i due elementi su cui l’azienda ha sempre spinto.

Il resto del successo è opera di un modello di business estremamente flessibile. L’intelligence della Piquadro è a Silla di Gaggio Montano (Bologna): dall’ufficio stile alla ricerca e sviluppo, passando per la logistica, tutte le fasi cruciali del processo produttivo vengono gestite dal futuristico quartier generale progettato dal designer  libanese Karin Azzabi.

La produzione è invece, da sempre, interamente delocalizzata in uno stabilimento di proprietà nella regione del Guandong in Cina. “Qui abbiamo trasferito il nostro know how e il management”, sottolinea Palmieri, sottintendendo che anche in Cina si riesce a produrre all’italiana: “Anche le pelli arrivano rigorosamente dall’Italia”.

Per diventare più grande, Piquadro non spinge solo sull’espansione all’estero. A fare da volano alla crescita futura – come sottolineano alcuni analisti –  c’è poi il recente aumento dell’offerta.

Alla collezione di borse professionali (l’8 per cento del valore complessivo del mercato della pelletteria), primo segmento in cui si è inserita la società, si è successivamente aggiunta una linea per i viaggi. Infine due anni fa, l’ingresso nel segmento della borsa da donna, ovvero la fetta più grossa del mercato pellettiero (circa il 36 per cento delle vendite totali a livello mondiale), nonché quello che cresce più rapidamente.

A questo punto, con alle spalle oltre venti anni di esperienza e un’affermazione nelle cartelle da lavoro, l’affollato segmento delle borse da signora non fa più paura a Marco Palmieri. Che ripensando agli anni Ottanta ha solo un cruccio, quello di non poter più sfrecciare sulla via Emilia con il suo motocross. “Forse ne ricompro una – confessa –  Mio figlio di cinque anni continua a chiedermelo”.

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