da Uomini & Business (febbraio 2008)

Il suo impegno a favore dell’ambiente gli ha garantito lo scorso anno prima l’Oscar, poi il Nobel per la Pace. Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione Clinton, ha fatto della battaglia per la salvaguardia del pianeta la sua occupazione a tempo pieno. Molti osservatori scommettevano che il grande battage pubblicitario, che in questi anni lo ha visto protagonista della crociata verde, sarebbe stato il preludio ad una nuova candidatura alle presidenziali di quest’anno. Ma finora Mister Gore non ha ceduto alle avances dei Democratici, dimostrando invece di preferire l’attività di paladino del pianeta a quella politica.
Un’attività in favore dell’ambiente che negli ultimi mesi si è intensificata con il suo ingresso in uno dei fondi di venture capital più noti della Silicon Valley, la Kleiner Perkins Caufield&Beyers. Ovvero, il fondo che ha permesso la nascita di alcuni tra i maggiori big hi-tech americani (Sun Microsystems, Compaq, Amazon.com e Google per citarne qualcuno) e che negli ultimi anni ha intensificato a ritmi vertiginosi il suo sostegno economico a favore delle start-up attive nella produzione delle cosiddette tecnologie pulite.

Dopo un anno e mezzo di corteggiamento, lo scorso novembre Gore ha dunque accettato l’invito del suo amico John Doerr – il più famoso tra i venture-capitalist della Silicon Valley, nonché di gran lunga il maggiore sostenitore delle attività politiche di Gore – a raggiungerlo nel consiglio di amministrazione della Kleiner. Almeno sulla carta, Al Gore dovrebbe avere un ruolo più attivo rispetto a quello dell’ex segretario di Stato, Colin Powell, anch’esso presente nella società di venture capital come “partner strategico” ma senza nessuna carica all’interno del consiglio di amministrazione.
Va ricordato che sia la Silicon Valley sia l’attività di finanziamento di produzioni eco-compatibili non sono sconosciute al quasi sessantenne Al Gore..
Lui, che negli anni Novanta si era auto-definito il padre di Internet, è praticamente di casa nel distretto hi-tech più famoso al mondo. Il Nobel per la pace siede infatti nel consiglio di amministrazione della Apple ed è consigliere indipendente di Google, due società che dominano il panorama del settore tecnologico mondiale.
Per l’ex vicepresidente della Casa Bianca non rappresenta una novità neppure l’attività finanziaria legata all’ambiente. Circa quattro anni fa, insieme a David Blood, ex numero uno della Goldman Sachs, fondò la Generation Investment Management, una società di investimenti che, con un patrimonio di circa 1,5 miliardi di dollari, investe prevalentemente in società socialmente responsabili ma dal business maturo. Ora, in base agli ultimi accordi, la Kleiner e la Generation Investment Management lavoreranno fianco a fianco nel finanziamento di start-up che sviluppano “tecnologie pulite”. Un rapporto suggellato dall’ingresso di Doerr nel board del fondo creato da Gore.
Sebbene gli americani (e in questo sono in buona compagnia) siano avvezzi a vedere i propri rappresentanti politici detenere ruoli strategici all’interno di gruppi industriali, la nuova attività intrapresa da Al Gore non ha evitato di sollevare una serie di polemiche.

Gli interrogativi maggiori ruotano intorno alla sua retribuzione. Albert Arnold Gore, come risulta all’anagrafe, ha dichiarato che devolverà interamente il suo stipendio (unica retribuzione sicura) all’associazione ambientalista Alliance for Climate Protection di cui è presidente. Se è vero che l’attività di venture capitalist è un’attività altamente rischiosa e che non garantisce profitti nel caso in cui la start-up non decolli, Al Gore ha preferito non rilasciare commenti in merito alla destinazione delle stock option e eventuali profitti dalle attività future della Kleiner. Che, almeno sulla carta, dovrebbero garantire buoni ritorni.
Fino a pochi anni fa praticamente sconosciuto agli investitori di Wall Street, quello delle tecnologie pulite è oggi un settore considerato tra i più attraenti della Borsa. John Doerr prevede che nel 2009 oltre un terzo dei fondi raccolti dalla Kleiner, che nel 2006 ha gestito 600 milioni di dollari, sarà investito in società che producono nuove tecnologie per ridurre l’emissioni di anidride carbonica e di gas serra.
CleanTech Group stima che tra il 2006 e il 2009 saranno compresi tra 6,2 e 8,8 miliardi di dollari gli investimenti di venture capitalist nel mercato nordamericano (nel 2009 rappresenteranno circa il 10 per cento degli interi fondi di venture capital). Le prospettive sembrano dunque allettanti. Bisognerà a questo punto vedere come Mister Gore riuscirà a conciliare il suo ruolo di uomo d’affari con quello di difensore indipendente della salvaguardia dell’ambiente. Un terreno su cui si è mosso abilmente negli ultimi anni e da cui, sicuramente, ha ricevuto più soddisfazioni di quante gliene ha riservate la politica.  La battaglia all’ultimo voto nelle presidenziali del 2000 che lo vedevano contrapposto al repubblicano George W. Bush ha rappresentato senza ombra di dubbio la sconfitta politica più dura da digerire per il democratico Al Gore. Anche se non si è trattato della sola debacle.

Nato il 31 marzo 1948 a Washington, laurea ad Harvard, nel 1988 Al Gore si candida alla casa Bianca ma la nomination democratica viene vinta da Micheal Dukakis. Scelto nel luglio 1992 da Bill Clinton come suo vice, approda alla Casa Bianca dove vi rimane per otto anni fino al gennaio 2001. Nelle elezioni del 2000 finalmente conquista la candidatura democratica alla presidenza. Ma anche questa avventura politica terminerà con una sconfitta. Ancora più bruciante delle precedenti perchè decisa da una manciata di voti in Florida che porteranno alla Casa Bianca il rivale George W. Bush.
Questo è decisamente troppo per Al Gore. Che, a quel punto,  decide di lasciare, come venne da lui definita, “la palude” di Washington per tornare a dedicarsi alle tematiche del cambiamento climatico. La conversione dell’ex vicepresidente all’ambientalismo era in realtà cominciata da tempo. Quando, nel 1989, il figlio di sei anni, Albert, investito da una macchina all’uscita da una partita di baseball, rimase a lungo tra la vita e la morte, Al Gore aveva abbandonato la politica per scrivere un libro sulla protezione dell’ambiente (‘Earth in the Balance’).
E così, dopo la bruciante sconfitta politica del 2000, Gore decide di abbracciare di nuovo la causa ambientale. Scrive il testo di una conferenza, accompagnato dalla proiezione di una serie di diapositive: sarà il primo passo verso il successo. Quel testo diventa prima un libro, quindi un tour di conferenze, infine un documentario sulla sua crociata. Il destino, questa volta, è dalla sua parte. Il libro, dal titolo ‘Una verità scomoda’ diventa un best-seller mondiale; le sue conferenze sul cambiamento del clima diventano talmente popolari da scatenare una vera e propria caccia al biglietto. Infine, il documentario sulla sua crociata viene candidato all’Oscar, vincendo lo scorso anno la preziosa statuetta. Tra un riconoscimento e l’altro, Gore riesce anche a promuovere Live Earth, una maratona planetaria di ventiquattr’ore di concerti di musica pop e rock.
Insomma, che si trovi tra le rockstar, tra i giovani che protestano per salvare la Terra o sul tappeto rosso di Hollywood, Gore sembra essere decisamente a suo agio, più che nei panni di statista. A questo punto non resta che vedere come se la caverà a conciliare la sua figura super-partes di paladino dell’ambiente con quella di finanziere. Finanziere verde sì, ma pur sempre finanziere.

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