da Uomini & Business (marzo 2008)

Se c’è una qualità che non gli manca è l’ambizione. Quando si parla di Jacques Attali, ex consigliere speciale di Francois Mitterand, prolifico saggista, uomo di sinistra, fondatore ed ex numero uno della Bers (la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo) non si fa fatica a ritrovare questa qualità in gran parte della sua carriera. In molti casi, l’ambizione gli ha garantito posti di rilievo sulla scena politica francese. In altri, l’eccessiva fiducia in sé stesso è stata all’origine di pesanti sconfitte. Come quando, durante gli anni Novanta, fu costretto, dopo mesi di tira e molla, a lasciare la poltrona di presidente della Bers a causa delle forti polemiche sulle sue manie di grandezza e, quindi, sulla gestione allegra delle spese. Di lui Mitterand diceva “Io non ho un computer, ho Jacques Attali”. Vent’anni dopo il presidente Sarkozy ha deciso di prendere a prestito un po’ della sua intelligenza per risolvere i problemi dell’economia francese.

Jacques Attali, da sempre uomo di sinistra, è tornato dunque all’Eliseo. Ma questa volta al fianco di un presidente la cui fede politica è opposta alla sua. E ci è tornato con un compito difficilissimo, in cui molti prima di lui hanno fallito: diagnosticare la malattia dell’economia francese e prescriverne la cura.

“Se c’è un uomo che ci può riuscire, questo è Attali”, deve aver pensato Sarko la scorsa estate quando gli ha affidato la guida di un gruppo di 42 esperti di diversa esperienza professionale, convinzioni politiche e nazionalità – di cui fanno parte, tra gli altri, il presidente della Bocconi ed ex Commissario europeo Mario Monti e l’ex ministro della funzione pubblica Franco Bassanini – con l’obiettivo di individuare la strada da seguire per rilanciare la crescita.

Il tempo è scaduto. Dopo cinque mesi di lavoro e consultazioni, lo scorso gennaio Mounsieur Attali ha consegnato al primo cittadino francese la sua ricetta rivoluzionaria per risollevare l’economia francese. Le idee e i suggerimenti sono tanti – come evoca il titolo del volume: “300 decisioni per liberare la Francia” – ma alla fine il concetto è uno solo, liberalizzare, liberalizzare, liberalizzare.

Neanche il tempo di consegnarlo e il rapporto ha già sollevato numerose polemiche, sia di forma che di sostanza. Intanto c’è chi – come l’Economist – si chiede se questo sarà l’ennesimo rapporto destinato a restare sullo scaffale. O se, alla fine, il governo francese, che più volte in passato ha affidato ad economisti di rilievo compiti analoghi senza che se ne facesse nulla, riuscirà ad attuare la ricetta Attali, che il primo ministro Francois Fillon ha già definito come “il più ambizioso programma di riforme economiche e sociali dalla fine degli anni Ottanta”.

Di certo, la promessa fatta da Sarkozy lo scorso agosto all’insediamento della commissione – “Quello che voi proporrete, lo faremo”-  appare un tantino avventata. Pochi giorni dopo la consegna del rapporto, Sarkozy aveva già rifiutato tre proposte: lo smantellamento dei dipartimenti (l’equivalente delle nostre province), la liberalizzazione delle farmacie e la rimessa in discussione del principio di precauzione.

Tutto sommato, quelle dell’Eliseo si sono comunque mostrate come le reazioni più benevole. E non poteva che essere così dal momento che è stato Sarkozy in persona a dare carta bianca ad Attali. Da sindacati, politici e associazioni di categorie sono invece arrivati i giudizi più pesanti. La critica è unanime: l’impostazione è troppo liberale. Quello che proprio non piace è la liberalizzazione delle professioni protette (oltre alle farmacie sono coinvolti i taxi, i parrucchieri, i notai e i veterinari), misure invece ritenute da Attali e dai suoi consiglieri indispensabili per “dare una scossa benefica all’economia d’Oltralpe”. Ma stanno facendo discutere anche la proposta di ridurre gli ostacoli all’immigrazione e trova avversari anche l’idea di introdurre l’Iva sociale, una misura il cui obiettivo è quello di abbassare il costo del lavoro trasferendo gli oneri sociali sull’imposta sul valore aggiunto.

Va detto che per Attali, solo l’attuazione dell’insieme delle 316 riforme suggerite dalla Commissione porterà i risultati sperati, ossia arrivare al 2012 con un punto in più di crescita, un debito pubblico al 55 per cento del Pil, una riduzione del tasso di disoccupazione al 5 per cento (dall’8 per cento). Come dire che un’applicazione parziale della sua cura avrà effetti trascurabili e non riuscirà a centrare l’obiettivo.

Quello che oggi un po’ tutti si chiedono è se riuscirà un uomo di sinistra a convincere un presidente di destra a “non avere la mano che trema”, ma ad avere il coraggio di “riformare in modo rapido e massiccio” la Francia. Anche perché la Francia – ricorda Attali – è in ritardo, “appesantita dalle rendite, dalle connivenze e dai privilegi”. In pochi si sentono di dare una risposta affermativa. Nonostante l’urgenza di agire, la strada appare tutt’altro che sgombra di ostacoli. Come scriveva Mario Monti dalle colonne del Corriere della Sera “È difficile per un francese rinunciare a una certa dose di colbertismo, e soprattutto non bisogna chiederglielo. Ma l’importante è che un forte ruolo dei pubblici poteri si traduca nell’uso intelligente del mercato per favorire la crescita, non nella sua distorsione per favorire le rendite. Quanto all’orientamento politico, il rapporto Attali non vuole essere di parte. Il sentiero per far crescere la Francia è stretto, non c’è molto spazio per un orientamento di destra o di sinistra”.

Se la ricetta Attali solleva numerose critiche, il suo ritorno sulla scena politica francese, è invece visto, almeno finora, come una decisione giusta. Persino il Financial Times – dalle cui colonne in passato sono partiti editoriali al fulmicotone nei confronti dell’ex braccio destro di Mitterand – apprezza il fatto che la scelta sia ricaduta su di lui: “Un uomo brillante, la cui intelligenza è stata alcune volte oscurata dalla sua arroganza. La sola applicazione delle principali raccomandazioni porterebbe ad una rivoluzione della vita socio-economica francese”.

Nato nel 1943 ad Algeri da una famiglia borghese di origine ebraica, la carriera di Jacques Attali è legata a Francois Mitterand. Professore di economia all’Ecole polytechnique, la prima collaborazione con l’ex presidente francese comincia negli anni Settanta. Ma è nel 1981, quando a Mitterand si aprono le porte dell’Eliseo che ha inizio la sua ascesa. Nominato da subito consigliere speciale, fino al 1991 Attali lo si trova sempre al fianco del presidente francese, nelle riunioni del Consiglio dei Ministri così come in tutti gli appuntamenti internazionali. Nel ‘90, alla vigilia del secondo mandato di Mitterand, Attali lascia la politica per fondare la Bers, ovvero la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo nata con l’obiettivo di sostenere la ricostruzione dei paesi dell’Est, dopo la caduta del Muro. Dopo tre anni, sotto i colpi di pesanti critiche avanzate dalla stampa britannica e americana, lascia il timone della banca. L’accusa è di aver trasformato la Bers in una reggia personale. Le sue note spese troppo alte, la sua mania di grandezza, la sua eccessiva disinvoltura nel mischiare la professione con i suoi interessi personali lo costringono alle dimissioni. Anche la sua attività di scrittore non è stata del tutto esente dai guai. Per ben due volte accusato di plagio, nel 1993 viene incolpato dallo scrittore premio Nobel Elie Diesel di essersi indebitamente servito dei testi dei suoi colloqui con Mitterand per “nutrire” uno dei libri di maggiore successi di Attali, Verbatim.

Di sicuro, oltre all’ambizione a Mounsieur Attali non è mai mancata la versatilità. Negli ultimi anni, la sua attività principale si è svolta nella consulenza e alla guida di una società di microfinanza, la PlaNet Finance. Queste attività non gli hanno impedito di continuare nella sua carriera di scrittore, a cui si è aggiunta anche quella di blogger. Lui da sempre è un amante ed esperto delle nuove tecnologie, nella sua ultima fatica letteraria “Breve storia sul futuro” si chiede come sarà il mondo nel 2060. Ma, senza andare tanto avanti nel tempo, chissà se il futurologo Attali ha già pronosticato il destino delle sue 316 idee per liberare la Francia.

Le dieci proposte shock della cura Attali

– Facilitare l’immigrazione grazie ad un rilascio di permessi più flessibile, soprattutto in quei settori dove c’è carenza di manodopera.
– Eliminare entro i prossimi dieci anni i dipartimenti, ossia le province francesi, per rafforzare le regioni e le aggregazioni fra comuni.
– Innalzare il tetto dell’età lavorativa oltre i 65 anni, con la possibilità di continuare l’attività senza limiti..
– Creare una Iva sociale per ridurre il costo del lavoro.
– Aprire alla concorrenza alcune professioni regolamentate (farmacisti, taxisti, veterinari, parrucchieri, notai…).
– Ripristinare la libertà di prezzo e d’installazione nei settori della distribuzione, dell’alberghiero e del cinema.
– Permettere alle imprese di venire meno all’orario lavorativo previsto dalla legge a condizione che la deroga sia prevista da un accordo di settore e fondata su un accordo a maggioranza nell’impresa.
– Mantenere il ruolo dell’energia nucleare e il ritmo di costruzione delle centrali.
– Rendere sicuro lo scioglimento consensuale del contratto di lavoro.
– Fare valutare tutti i dipendenti pubblici (professori, funzionari, medici) dai propri superiori ma anche dagli utenti.

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