da Uomini & Business (ottobre 2007)

E’ inutile cercarlo nella classifica dei più ricchi del mondo. Il suo nome non compare. Eppure Ratan Tata è l’erede di una delle dinastie più potenti dell’India, come dire gli Agnelli in Italia. Da sedici anni guida l’azienda di famiglia, ossia un impero economico e finanziario che fattura quasi il 3 per cento del Pil indiano. Lo fa però potendo contare solo su una partecipazione minima dell’1 per cento: forse per questo non viene incluso tra i Paperon de Paroni del Pianeta.

Di sicuro, però, Tata in patria è una potenza. Nel 2007 uno dei canali televisivi più importanti del subcontinente lo ha incoronato “Indiano dell’anno”. Potrebbe sembrare un riconoscimento di poco conto. Ma se si pensa che i suoi “concorrenti” erano Sachin Tendulkar, il più grande giocatore di cricket indiano, e Aishwary Rai, l’attrice di Bollywood considerata tra le più belle del pianeta, si capisce la crescente fama che Mr. Tata si è progressivamente guadagnato tra i suoi connazionali.

In India si dice che ci sia poco o nulla che non abbia il logo T di Tata. Dalle bustine di tè agli alberghi passando per auto e bus, industria pesante, energia, software e beni di largo consumo: le attività del gruppo fondato nell’Ottocento da Jamsetji Tata non hanno confini precisi. Basti pensare che tra il listino indiano e Wall Street sono 28 le società quotate controllate dal gruppo. E si tratta solo di una piccola parte rispetto alle 96 aziende che compongono la mega holding di famiglia.

La sfida internazionale

Ma Ratan Tata è ormai proiettato ancora più in alto. Riservato, poco incline a mettersi sotto riflettori dei media, “l’architetto timido” come è stato definito dal settimanale inglese Economist (per via della sua prima laurea alla Cornell University), all’età di 70 anni si sta infatti affermando anche come uno degli uomini d’affari indiani più in vista sui mercati internazionali. Attraverso i quattro gioielli di famiglia – Tata Steel (acciaio), Tata Consultancy Services (informatica), Tata Motors (automobili e veicoli commerciali) e Tata Tea (tè) – Ratan si è da tempo lanciato nell’opera più ambiziosa della sua carriera: varcare i confini dell’India e affacciarsi sul mercati esteri a caccia di prede interessanti da inglobare nel suo impero.

L’ultimo colpo che ha riempito di orgoglio gli indiani è stata l’acquisizione a ottobre dello scorso anno da parte della Tata Steel della britannica Corus per 6 miliardi di dollari. L’operazione, che rappresenta finora la più grande realizzata all’estero da parte di un’azienda indiana, ha dato vita al sesto gruppo mondiale nell’acciaio.

Una mossa che ha inoltre reso l’India di fatto sempre più padrona del mercato dell’acciaio, dopo che la Mittal (che figura però come società di diritto olandese) aveva messo le mani sulla lussemburghese Arcelor, diventando il primo player mondiale nel settore.

Ma la strategia di Ratan Tata di muoversi all’estero, da lui stesso definita come necessaria (“essere presenti sul mercato globale e diversificare le attività riduce i rischi che si avrebbero operando in un solo paese”), ha inizio nel 2000, nel settore del tè. Allora la Tata Tea acquisì la britannica Tetley Tea. Fu solo l’inizio di una serie di operazioni fortunate oltreconfine, tra cui il take over da parte di Tata Motors della divisione camion della sudcoreana Daewoo. Oggi, grazie anche a una spiccata vocazione sempre più export oriented, il gruppo Tata è presente in più di 85 paesi ed in altrettanti esporta i propri prodotti.

Il trionfo di Tata fuori dai confini nazionali è solo la punta dell’iceberg di un processo che vede la classe imprenditoriale indiana sempre più protagonista sul mercato internazionale delle Merger and Acquisition. Anzi, a dirla tutta, l’anno scorso, per la prima volta nella storia economica di questo paese, gli investimenti indiani all’estero hanno superato quelli stranieri in India. Il motivo va cercato nel “licence raj”, un complesso regime di permessi per le aziende private, introdotto negli anni ’50 dall’allora primo ministro, Jawaharlal Nehru e tuttora resistente all’apertura del mercato. Con il risultato che anche per gli stessi imprenditori indiani è più semplice fare affari all’estero che in patria.

Lo sa bene Ratan Tata. “I miei investimenti domestici potrebbero essere molto superiori e ci sono acciaierie indiane che avrei già acquistato da un pezzo” ha rilevato in un’intervista a proposito dell’affare Corus. “La verità è che per queste operazioni sto aspettando il via libera del governo”. Ecco, dunque, riassunto in poche parole il paradosso di una delle economie asiatiche in più forte crescita negli ultimi anni. Da una parte bisognosa di ingenti investimenti soprattutto per il rilancio delle infrastrutture, l’economia indiana si trova imbrigliata in una complessa macchina burocratica di autorizzazioni, licenze e permessi che di fatto blocca l’iniziativa privata sia interna che domestica.

Il pallino dell’auto

Ma il colpo grosso all’estero nell’acciaio potrebbe essere niente rispetto alle ambizioni che Ratan nutre nel settore automobilistico. Un settore sulla cui crescita Ratan Tata conta particolarmente. Se i volumi di vendita restano modesti, l’incremento delle immatricolazioni negli ultimi anni è cresciuta a tassi notevoli. Il tentativo di dare un impulso sempre maggiore alla produzione delle quattro ruote trova conferma nelle strategie adottate negli ultimi anni. Non ultima, la partnership siglata con l’italiana Fiat a gennaio dello scorso anno. Che ha visto, tra l’altro, l’ingresso dello stesso Ratan nel cda di Ifil, la holding di casa Agnelli.

E nuove acquisizioni potrebbero essere all’orizzonte. Indiscrezioni delle ultime settimane, successivamente confermate dallo stesso Tata, vedono la società di Mumbai impegnata in colloqui esplorativi per rilevare due nomi storici americani delle auto di lusso, la Jaguar e la Land Rover. Marchi di cui l’americana Ford è intenzionata a disfarsi in tempi brevi.

Ma il suo sogno più grande, al momento, è quello di dar vita alla prima auto low cost indiana, un progetto di cui per ora si sa poco o nulla, tranne che dovrebbe sbarcare sul mercato il prossimo anno al prezzo di poco più di 2 mila dollari. Studiata per i mercati emergenti, potrebbe rappresentare una miniera d’oro per il gruppo Tata visto l’enorme bacino di potenziali acquirenti rappresentato dal mercato indiano. Senza contare poi che, grazie all’alleanza con Fiat, Tata punta a sbarcare anche in America Latina con la sua nuova auto low cost, altro mercato molto promettente.

La carriera

I progetti sul futuro sono dunque molto ambiziosi. Come lo è stata tutta la carriera di Tata. Facciamo un passo indietro. Ratan Tata diventa chairman del gruppo nel 1991, ovvero quando l’economia indiana sta muovendo i primi passi verso il mercato libero, prendendo il posto di suo zio, J.R.D Tata, ai vertici dell’azienda nei precedenti cinquant’anni. La sua nomina a presidente del gruppo di famiglia arriva del tutto inaspettata. Anche quando suo zio era vicino all’uscita, pochi o nessuno avrebbero scommesso sul nipote: due lauree in America alla Cornell University e Harvard, entrato in azienda quando aveva poco più di vent’anni. A dispetto della sua fama, J.R.D lascia a Ratan un gruppo poco attrezzato ad affrontare le sfide che l’economia indiana sta attraversando. Nel ‘91 Tata era una holding con piccole partecipazioni in oltre 300 aziende la cui produzione spaziava dall’aeronautica al tè. La maggior parte degli utili arrivavano da società con scarsa produttività.

Primo passo portato avanti da Ratan è stato ridurre gli assett per aumentare il controllo in ciascuna delle società in cui la holding possedeva partecipazioni. Una strategia tutt’altro che semplice per via delle forti pressioni interne che si è trovato ad affrontare. Pressioni che il numero uno del gruppo indiano ha dovuto subito imparare a gestire.

Come quando, pochi anni dopo aver assunto le redini dell’impero industriale di famiglia, si è messo in testa che Tata Motors avrebbe dovuto produrre auto per proprio conto, anche se farlo in partnership con un alleato straniero, come suggerivano in molti all’interno dell’azienda, sarebbe stato più semplice. La decisione, che allora fu vista come fallimentare, a distanza di circa dieci anni dalla messa in produzione della Indigo (1998) si è, invece, rivelata vincente. Oggi, Tata Motors, neo-alleata di Fiat, è la seconda casa automobilistica indiana dopo Mahindra & Mahindra.

Se la competitività è stata da sempre la sfida di Mr. Tata, sul suo altare di certo non è stata sacrificata la forte impronta pubblica che ha caratterizzato l’azienda di famiglia, fin dalla sua nascita. Una vocazione, quella della forte responsabilità sociale, che trova conferma nel composizione del capitale del gruppo. Due terzi della Tata Sons è nelle mani di diverse associazioni di carità molto attive sul fronte sociale in India, mentre la quota di Ratan nella controllante è pari all’1 per circa circa.

Successione

La data è stata già fissata. A dicembre del 2012, ovvero dopo 21 anni dopo aver preso le redini della società di famiglia, Ratan Tata, lascerà il suo incarico di numero uno dell’azienda. E proprio su questo terreno, probabilmente, si aprirà la partita più difficile da giocare. Celibe e senza figli, non sarà un discendente diretto a ricoprire la sua posizione. Del possibile candidato non si sa nulla di certo. Indiscrezioni danno come probabile successore il suo fratellastro, Noel Tata. Dopo aver posticipato di cinque anni le sue dimissioni (inizialmente previste quest’anno), da parte sua Ratan ha più volte chiarito che non sarà lui ad assumersi il compito di designare il prossimo numero uno del gruppo, rimandando la decisione al consiglio di amministrazione.

C’è da scommettere, però, che in questi ultimi anni che lo separano dalla pensione, il numero uno dell’azienda privata più grande in India non se ne starà con le mani in mano. Molti osservatori notano che la sfida più importante dovrà giocarla in casa. Come da lui stesso rivelato, il processo di ristrutturazione portato avanti sin dai primi giorni del suo lavoro come capo dell’azienda di famiglia deve ancora essere completato. Tant’è che in un recente discorso agli azionisti, il manager ha fatto notare che delle 96 società che fanno parte della costellazione Tata, 11 totalizzano da sole circa il 90% degli utili. Un messaggio che lascia intendere chiaramente l’intenzione di tagliare altri rami secchi. Anche a costo di farsi nuovi nemici. Ma a quello Ratan sembra ormai avvezzo.

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