da Uomini & Business (marzo 2008)

Se tra le già numerose classifiche stilate dalle riviste americane ne istituissero una per i manager che meglio rappresentano le minoranze, probabilmente Indra Nooyi, amministratore delegato della Pepsi, si aggiudicherebbe senza grandi sforzi il podio. La manager poco più che cinquantenne a capo della concorrente storica della Coca-Cola non solo è una delle poche donne a guidare una delle 500 maggiori imprese statunitensi. In più è anche indiana. “Se sei donna e straniera devi necessariamente essere più in gamba degli altri” dice per giustificare la sua ascesa ai vertici di una multinazionale che rappresenta anche uno dei simboli più caratteristici dell’american lifestyle.

Fino a due anni fa nessuno sapeva chi fosse. Nata e cresciuta in India, Indra Nooyi si trasferisce negli Stati Uniti a 23 anni per frequentare a Yale il master in management. Prima di approdare nel 1994 alla Pepsi, lavora alla Boston Consulting e alla Motorola.

Nell’agosto del 2006, la sua nomina ai vertici della Pepsi l’ha lanciata nell’Olimpo dei manager di Wall Street. Oggi, Indra Nooyi, americana di adozione (con tanto di cittadinanza) viene considerata per fama e potere l’erede di Carly Fiorina, l’ex potente numero uno della Hewlett-Packard. Non è un caso che la si ritrovi al quinto posto della classifica delle donne più potenti al mondo stilata dalla rivista Forbes.

Probabilmente la forte intraprendenza che caratterizza questa signora indiana, che spesso si presenta alle riunioni del board vestita con il suo tradizionale sari indiano, le arriva dagli esercizi serali a cui la sottoponeva sua madre. Tutte le sere era incoraggiata, insieme alla sorella, a tenere un discorso su cosa avrebbe voluto fare da grande. Qualunque sia l’origine di tanta determinazione, di sicuro, la vulcanica manager con la passione per della chitarra elettrica (negli anni dell’Università è stata leader di una rock band femminile) è una che di grinta ne ha da vendere.

Quando due anni fa venne nominata amministratore delegato di Pepsi, il mercato ne rimase sorpreso. A suscitare clamore non fu tanto la natura della scelta, quanto piuttosto i tempi del cambio della guardia. In pratica, la signora Nooyi, che allora ricopriva l’incarico di direttore finanziario, fu chiamata a sostituire Steve Reinemund, quando quest’ultimo era all’apice della sua brillante carriera. Lui, che aveva rimesso in piedi un’azienda che a metà degli anni Ottanta era data praticamente per morta, veniva inspiegabilmente sostituito proprio pochi mesi dopo aver portato a termine un’impresa su cui nessuno avrebbe mai scommesso: dopo un inseguimento durato decenni, a fine 2005, la Pepsi mostrava una capitalizzazione di Borsa superiore a quella della Coca Cola. Grazie ad un azzeccato processo di ristrutturazione, incentrato sulla diversificazione verso prodotti più sani (succhi di frutta, bevande per gli sportivi ecc.) nei sui cinque anni di regno alla Pepsi, Reinemund è riuscito a far lievitare i ricavi da 9 a 33 miliardi di dollari e a far salire gli utili per azione dell’80 per cento. Anche il titolo, quotato a Wall Street, ne ha beneficiato , registrando un rialzo attorno al 45 per cento.

Ecco perché la sorpresa è stata davvero grande quando, a soli 58 anni, il signor Reinemund ha comunicato al mercato che avrebbe lasciato il suo incarico per “dedicare più tempo alla famiglia”. Una giustificazione che molti videro come un escamotage per uscire dall’imbarazzo di essere stato messo alla porta. Tra le ipotesi in circolazione in quei mesi, infatti, quella più diffusa era che il consiglio di amministrazione della Pepsi, per non perdere la signora Nooyi – pronta a saltare sul carro di un concorrente – aveva deciso di sacrificare Reinemund per dare la poltrona più importante del gruppo alla manager indiana.

Retroscena a parte, di sicuro nessuno meglio di Indra Nooyi avrebbe potuto ricoprire il posto di presidente della Pepsi. Lei, in azienda per tutto il processo di ristrutturazione del gigante americano, era stata il braccio destro di Reinemund. La coppia era talmente affiatata che appare difficile attribuire la paternità alle varie iniziative intraprese negli ultimi anni. “Io e Steve – dice Nooyi – abbiamo lavorato all’unisono sia sulle decisioni a lungo termine che sulle gestione delle attività quotidiane. Ci completavamo a vicenda”. A lei molti analisti attribuiscono il successo di alcune tra le operazioni più importanti nella fase di ristrutturazione. Come lo spin off delle attività di ristorazione ma anche l’acquisizione dei succhi di frutta Tropicana, quella delle bevande Gatorade e del produttore di cereali Quaker Oats.

Il cambio ai vertici appare poi quanto mai lungimirante. In una fase di forte sviluppo del business nei mercati stranieri (circa il 40 per cento dei ricavi del beverage viene prodotto fuori dagli Stati Uniti), ed asiatici in particolare, chi meglio di lei, che arriva da quella parte del globo può interpretare i gusti di questa nuova fetta di consumatori. Ad un anno e mezzo dalla sua investitura, Indra continua a spingere sull’acceleratore della svolta nutrizionista. Per una vegetariana come lei il compito non deve risultare particolarmente complicato.

Il miracolo continua. Lo scorso anno il fatturato ha segnato un aumento del 12% circa fino a toccare 39 miliardi mentre il titolo, sul parterre di Wall Street ha segnato un ulteriore apprezzamento del 20% circa.

Dentro questa storia di successo imprenditoriale c’è però anche una seconda storia altrettanto sorprendente: quella di un’azienda che fino a dieci anni fa era nota per la sua scarsa attenzione per le diversità, ovvero tutti i suoi manager erano maschi e bianchi. Oggi il colosso dei soft drink ha una dirigenza composta per oltre un quarto da donne, in cui non mancano esponenti di etnie diverse. L’investitura di Indra Nooyi a capo della multinazionale americana è stata vista anche come un passo importante nel lento processo di affermazione delle donne nel ruolo di capitani di impresa. Una percentuale ancora molto bassa. E che è praticamente insignificante quando si parla di grandi colossi industriali. Per dare un’idea di quello di cui stiamo parlando: insieme a Indra Nooyi solo altre dieci donne sono riuscite a scalare le vette del Fortune 500. Unica consolazione, se può servire, è che nel 1994 la classifica dei big della corporate Usa non includeva alcun esponente del gentile sesso.

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