da Uomini & Business (aprile 2008)

L’ultima frontiera di C.P. Company è stata la passerella. Ad oltre trent’anni dalla nascita del brand, Carlo Rivetti, presidente e amministratore delegato della Sportswear Company, società di Ravarino (Modena), che oltre al marchio C.P. Company controlla anche Stone Island, ha deciso che era arrivato il momento per il debutto in pedana. Ad andare in scena, in occasione della settimana della moda milanese di febbraio è stata la collezione maschile per il prossimo autunno/inverno. Una mossa quasi necessaria per aumentare la visibilità del gruppo, in pieno fermento nel processo di espansione internazionale. Dopo aver dato il via, lo scorso settembre, ad un massiccio piano di aperture in Cina che prevede l’inaugurazione, entro la fine del 2009, di venti punti vendita equamente distribuiti per i due marchi, il patron del gruppo sta vagliando con attenzione lo sbarco in alcune delle maggiori capitali internazionali della moda. D’altronde, anche se l’Italia resta il primo mercato di riferimento, la società che lo scorso anno ha raggiunto un fatturato pari a 62 milioni di euro (+10 per cento sul 2006) realizza oltre il 60 per cento del giro d’affari sui mercati stranieri, soprattutto in Gran Bretagna, Germania e Giappone.

E con l’intento di allargare sempre di più il suo raggio di azione, in un contesto tra l’altro in cui il commercio elettronico sta mostrando un trend sempre più sostenuto, Il gruppo si è lanciato anche nel business delle vendite on line con l’inaugurazione da poco meno di un mese di due store virtuali, uno per C.P. Company l’altro per Stone Island. La filosofia seguita nel mondo del Web è in linea con la strategia generale dell’azienda, quella di rendere sempre più autonomi i due marchi storici del gruppo. Nati a distanza di pochi anni e finora distribuiti negli stessi punti vendita, i due brand sono pronti a rendersi ‘indipendenti’ l’uno dall’altro.

Il grande fermento e la svolta fashion dell’azienda di Ravarino non lasciano trasparire nessun cambio di marcia rispetto all’ indole del gruppo, da sempre fedele esploratore della funzionalità e della praticità.

“Siamo una grande cucina in cui non ci si stanca di mescolare gli ingredienti in dosaggi sempre nuovi, alla ricerca di nuovi sapori”. Così Rivetti sintetizza la filosofia alla base della sua Sportswear Company. Il paragone coglie bene l’anima dell’azienda, che della ricerca dei materiali e dell’innovazione costante delle materie prime ha fatto il suo tratto distintivo. E’ su questo binario che la società si muove, soprattutto dal 1993, anno in cui Carlo Rivetti e sua sorella Cristina rilevano l’azienda dalla GFT Gruppo Finanziario Tessile, gruppo torinese fondato dal padre Silvio. In pratica i due fratelli, durante la fase di dismissione della GFT decidono di acquisire il polo di abbigliamento informale del grande gruppo torinese. Ma questo è l’ultimo capitolo. Per risalire all’origine bisogna fare un passo indietro. Prima di essere ceduta a metà dagli anni ’80 alla GFT, C.P. Company faceva capo allo stilista Massimo Osti che l’aveva fondata nel 1974.

Fin da subito la mission fu chiara: l’azienda era intenzionata a muoversi oltre i confini del jeans. L’idea era quella di rivoluzionare l’idea di abbigliamento informale attraverso nuovi materiali e nuove linee. La fonte di ispirazione arriva principalmente dallo stile militare e da quello degli abiti da lavoro. E’ su questa strada che nasce nel 1982 il secondo marchio del gruppo, Stone Island, brand famoso per i suoi capi spalla e i maglioni ispirati alla Marina, nato per caso da una prova di tintura su un telone da camion.

Gli anni passano, ma il dna resta intatto. La costante attenzione allo studio del prodotto, e in particolar modo ai materiali, viene dimostrata non solo dal fatto che oltre la metà dei suoi 130 dipendenti sono impegnati nella progettazione e la messa a punto del prodotto, ma anche dal costante impegno economico nella ricerca (circa il 4 per cento del giro d’affari).

Praticamente una rarità nel settore, l’azienda di Ravarino ha tra l’altro al suo interno una tintoria e una stamperia in grado di tingere i capi finiti. Con la concorrenza dei paesi emergenti che si fa sentire sempre più sul made in Italy, quello del posizionamento alto di gamma sembra quanto mai una strada obbligatoria se non si vuole perdere posizioni sul mercato del tessile-abbigliamento. Un concetto che Rivetti conosce bene e che non si stanca di ripetere nelle vesti istituzionali di consigliere di amministrazione di Sistema Moda Italia, l’organizzazione di rappresentanza della filiera tessile e dell’abbigliamento.

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