da Uomini&Business (ottobre 2007)

Media, tecnologia e banche rappresentano il grosso del business. Poi ci sono gli alberghi, attività immobiliari, l’enterteinment e molto altro. La Kingdom Holding, società sbarcata lo scorso luglio sul listino saudita, ha le mani in pasta un po’ dappertutto. Il collocamento, avvenuto con oltre un anno di ritardo dal suo primo annuncio, ha riscosso tra gli investitori arabi (gli unici che possono accedere al listino) un interesse, superiore a ogni aspettativa. Nonostante le prescrizioni di qualche Imam di astenersi dall’investire in una società che finanzia attività in contrasto con le leggi dell’Islam, il gruppo ha raccolto circa 2,3 miliardi di dollari, più del doppio rispetto alle previsioni. A finire sul mercato è solo il 5 per cento del capitale. Il restante 93,5 per cento resta nelle mani del suo fondatore, il principe saudita Alwaleed Bin Talal.

Cinquantadue anni, tre matrimoni, due figli, Alwaleed siede su un patrimonio personale di 20 miliardi di dollari, raddoppiato negli ultimi dieci anni, che lo rende il tredicesimo uomo di più ricco al mondo nella classifica Forbes. Nipote del re Abdullah, Alwaleed appartiene ad una delle più ricche e riservate famiglie al mondo.

Laureato al Menlo College, a San Francisco, con successivo master in scienze politiche alla Syracuse University, il principe saudita ha da sempre avuto il pallino degli affari. Lui racconta che il suo primo milione di dollari lo ha fatto nel 1979, speculando su attività immobiliari a Riad. Ma il suo battesimo ufficiale sui mercati finanziari internazionali arriva nel ’91. Fu allora che mise a segno il primo grande colpo, investendo circa 800 milioni di dollari nella Citicorp (ora Citigroup), quando la banca era sull’orlo della bancarotta. L’investimento, che lo ha reso primo azionista dell’istituto di credito americano, si dimostrò negli anni decisamente ben riuscito: comprate a 12 dollari, le azioni della Citigroup ora valgono circa 50 dollari.

Per Alwaleed, quello in Citicorp divenne una sorta di modello che lo guidò nelle operazioni successive. La strategia, finora seguita, è sempre la stessa. Ovvero, comprare quando le azioni sono al minimo, scommettendo su un successivo rialzo. “Io cerco sempre la stessa cosa – spiega a chi gli chiede il segreto del suo successo – imprese internazionali con un forte marchio ma che hanno il singhiozzo”.

Il suo fiuto per gli affari e la sua strategia di investimento, gli hanno conferito l’appellativo di “Warren Buffett d’Arabia”. A differenza del manager americano, che non investe mezzo dollaro in titoli tecnologici, lui per l’hi-tech ha una vera e propria passione. Si dice che la sua infatuazione per la tecnologia nasca da un desiderio profondo: quello di vivere in Arabia Saudita ma voler essere costantemente in contatto con quello che succede nel mondo. Narrano le cronache di palazzo che anche nel suo accampamento nel deserto, dove ama trascorrere i fine settimana, sia letteralmente sommerso da cellulari rigorosamente Motorola (di cui è azionista), laptop, televisioni, fax e stampanti. E ovviamente, televisioni sintonizzate sulle maggiori emittenti finanziarie.

Il suo motto “comprare al ribasso” applicato al settore delle tecnologie ha, in diversi casi, consentito al magnate arabo di moltiplicare la sua fortuna. Il caso forse più noto è l’investimento in azioni Apple, comprate nel ’97 quando valevano all’incirca 17 dollari, mentre ora ne valgono più di cento. Ma la storia di Alwaleed non è tutta rose e fiori. La sua carriera da investitore è costellata anche da alcuni flop. Qualche anno fa l’Economist, uno dei più autorevoli settimanali economici britannici, ne aveva tracciato un ritratto impietoso, mettendo in dubbio non solo la sue doti di investitore (“se il principe fosse un fondo di investimento americano, la sua performance sarebbe in fondo alla graduatoria”), ma sollevando forti perplessità sulla reale fonte della sua ricchezza. Risultava, in pratica, che il principe saudita guadagnasse troppo poco dalla Borsa per foraggiare gli ingenti investimenti che lo vedevano impegnato quotidianamente.

Tra le voci che circolano sul suo conto, quella più ricorrente è che in realtà Alwaleed sia sempre stato un tramite per gli investimenti di altri membri della famiglia reale.

Nel ricco portafoglio di Kingdom compaiono partecipazioni in società che toccano le sponde dei cinque continenti. Il mercato in cui ha creduto di più è quello americano. Ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia negli anni ‘90. Poi, il crollo delle Borse post-11 settembre lo ha spinto in una sfrenata corsa all’acquisto: nelle settimane successive al crollo delle Torri, il principe investì oltre un miliardo di dollari per rastrellare azioni hi-tech, aumentare le partecipazioni già in portafoglio e puntare in altri settori dell’industria. In quell’occasione, forse più che in altre, diede dimostrazione che a guidare le sue azioni, al di là di ogni credo politico, era la voglia di aumentare le sue già immense ricchezze. Poche settimane dopo l’attacco alle torri, dichiarava senza reticenze al Financial Times che, la sua decisione di fare shopping a Wall Street non aveva nessuna ragione politica e nemmeno di sostegno all’economia globale, bensì era dettata da puri motivi di convenienza. “I prezzi raggiunti sono stati giudicati un’occasione”, aveva dichiarato in un’intervista.

Il suo fiuto da investitore lo ha portato anche in Italia. Qui, nel 1995, grazie al lavoro diplomatico del finanziere tunisino Tarak Ben Ammar, diventa socio di Silvio Berlusconi, acquisendo il 2,28% di Mediaset. Un pacchetto che, otto anni dopo, fu ceduto alla banca d’affari americana Lehman Brothers.

Oggi le quote più significative di Kingdom sono rappresentate dal 4 per cento di Citigroup, il 22 per cento di Four Season Hotels, il 3,75 per cento di News Corp e il 17,3 per cento di EuroDisney. C’è da scommettere che con la nuova liquidità arrivata dal mercato, il principe Alwaleed abbia già in mente qualche nuovo affare.

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